Perché Dio non ha fatto le porte senza chiavi?
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«Perché Dio non ha fatto le porte senza chiavi?»
– Per darci il libero arbitrio di chiuderle oppure no, penso… non lo so. –
«Ma possiamo chiuderle anche senza chiavi; e alla stessa maniera possiamo decidere di aprirle, non trovi? Non è libero arbitrio anche questo?»
– Sì, penso di sì. Ma perché mi chiedi ciò? Sono forse la persona meno adatta: non credo più in Dio. –
«Tu sei ancora una donna di fede.»
– Sono una donna infedele, vorrai dire. Ho tradito il mio Dio e chi mi voleva bene. –
«Sei stata tradita: è ben diverso.»
– Come vuoi. Fatto sta che non credo più in Dio, tanto meno negli uomini. E l’amore è un’utopia: mi sono stancata di lottare contro i mulini a vento. La croce non fa per me, nonostante ne abbia ancora di pesanti da portare. –
«Non ti sei rassegnata.»
– Eh? Ahahah! Ma che stai dicendo? Vaneggi… –
E un sorriso le si abbozzò sul viso, subito dopo oscurato come da un’ombra. Gli occhi diventarono improvvisamente tristi.
«Non ti sei rassegnata…» le sussurrò, sollevandogli il capo che nel frattempo si era reclinato da un lato, come in attesa di un bacio dolce sul collo. «Ci credi ancora all’amore, altrimenti non si spiega il perché ne dai a piene mani e senza chiedere niente in cambio, tu che hai bisogno di essere amata più di ogni altra persona su questa terra.»
– Non ho bisogno di niente… – disse tra i denti, scostando bruscamente il mento. – Ci prepariamo? –
«Abbiamo tempo ancora. E poi non mi hai risposto sinceramente.»
– A cosa? Alla domanda su Dio e le sue porte con le chiavi? –
«Già…»
– Ma tu cosa credi siamo venute a fare qua? Una catechesi oppure a salvare il salvabile? –
«Chissà! Forse entrambe le cose.»
– Ok… Ok! Ok! Dio non ha fatto le porte senza chiavi perché sapeva che l’uomo le avrebbe comunque inventate! E chiamale chiavi, chiavistelli o lucchetti, sempre la stessa cosa sono! Una chiusura, un limite, che separa lo spazio degli uomini da quello di Dio. Invece, l’unica porta senza chiave è Gesù Cristo: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me sarà salvato”. Dio non ha fatto le porte senza chiavi, perché di porta, ovvero “la Porta” senza chiave, ce n’è una sola! Comprendi? E poi noi, esseri umani che crediamo sempre di avere accesso a tutto, siamo i primi a porre limiti. –
«E tu?»
– E io? –
«Quanti limiti ti sei posta? Quanti chiavistelli ci sono alla tua porta?»
– Sono sempre io. –
«Oh, no: non puoi dirmi questo. Ti sei murata dentro.»
– Sono sempre io: nessun muro, nessuna porta chiusa a chiave. –
«Dal di fuori sembra così, ma chi ti “sente” comprende che ti sei chiusa dentro. Esisterà pure una chiave per penetrarti!»
– Ascoltami: andiamo? Tra poco dobbiamo dare il meglio di noi stesse e non mi stai aiutando affatto. Ci conosciamo ormai da tre anni; non sono giovane come te: ho bisogno di concentrazione e calma interiore. –
«Sì, ci conosciamo da tre anni e tu ancora non hai capito niente! Cavolo! Dove è la chiave per riaprire il tuo cuore ed entrarvi? Eh?!? Dove è?»
– Non c’è: me l’hanno rubata e mai più riconsegnata. Mi dispiace. Ora possiamo andare? Ho bisogno di sfogarmi. –
«Va bene. Però, prima, volevo dirti una cosa.»
– Zitta! Per favore, non aggiungere altro… Lo so cosa vuoi dirmi, lo so. Lo so da molto tempo. –
«E allora?»
– Allora andiamo. Vinciamo! E poi sfesteggiamo. –
«Tu sei la cosa più bella che mi sia capitata nella vita: non voglio perderti.»
– Anche tu sei una bella persona. Ho avuto tribolazioni varie. Il dolore è passato. Forse ora è giunto il momento di perdonarmi; tornare ad avere come tetto della mia casa il cielo; e la penna e la racchetta come estensioni non del braccio ma della mia anima. Riaprire porte e finestre per far entrare la luce e far fuoriuscire le emozioni, come scambio naturale di acque tra due mari. E poter dire “Ti amo” con il cuore, non con la ragione. Tornare a sognare… –
«Tornare a sognare…» ripetè piano la compagna di squadra. «Sogniamo e lavoriamo per questa vittoria: me lo hai insegnato tu che smettere di lottare è da vigliacche.»
Le porse la custodia con la racchetta.
Nel prenderla carezzevolmente vi sentì tutta l’audacia che a suo tempo vi aveva affidato.
Decise che oggi avrebbe aperto lei in partita prima degli avversari.
E ricambiò il gesto con un ampio sorriso.
1 marzo 2013
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Perché Dio non ha fatto le porte senza chiavi? © Paula Becattini
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La magia
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La magia del lago era finita.
E, insieme alla passione, se n’era andato anche l’amore.
Si era smarrito, forse accecato dall’orgoglio, lasciando che l’indifferenza ne prendesse il suo posto.
La magia del lago era finita e quella donna, quella bellissima donna che gli stava accanto da oltre cinque anni, era adesso una fastidiosa estranea, poco piacevole.
Seppur molto più giovane, notava in lei con incredula sorpresa le leggere zampe di gallina che incominciavano ad ornare gli angoli degli occhi; la pelle poco elastica dell’addome ormai svuotato; i cuscinetti adiposi, asimmetrici ai fianchi e appena sotto la linea dei glutei.
Non sopportava più come lo guardava: aveva un leggero strabismo!
Perché non lo aveva notato prima?
Perché adesso la sua voce sembrava stridula oppure nauseabonda?
Perché quando lo toccava provava sempre quel senso di ritrarsi come una chiocciola nel suo guscio?
Il sudore delle sue mani… sembrava bava.
Quando ne era lontano non la pensava; quando la incrociava ne fuggiva lo sguardo.
E la sera, a letto, si riduceva a dormire sul bordo, il più possibile distante dal corpo di lei, voltandogli la schiena e serrando i denti nella speranza che non gli rivolgesse parola per paura di dover rispondere: al massimo con un grugnito comprensibile, perché altrimenti sarebbe iniziata una discussione interminabile.
Ogni tanto lo assaliva un dubbio: era sua moglie?
Che fine aveva fatto la donna che adorava e stimava, per la quale aveva perso la testa tanto tempo fa e che sapeva accendergli la passione ogni giorno?
Ultimamente faceva discorsi strani: considerazione, affidamento, impegno, condivisione, intimità…
No, non era Ambra. Non poteva esserlo!
Ieri mattina si era pure dimenticata di dargli la solita aspirina per il cuore… voleva ucciderlo?
Ultimamente ce l’aveva con lui e non capiva perché.
Aveva incominciato a ignorarla. Ecco un’ottima arma di difesa.
Se proprio doveva, gli diceva sempre sì.
Sì, tesoro.
Certo, amore.
Condivido quello che dici.
Fai pure.
Non ti preoccupare…
Era Ambra oppure no?
Una notte fece un sogno. Una gran luce in camera da letto e un sibilo lieve ma continuo, accompagnato da ronzii a intermittenza.
Al risveglio pensò a quanto fosse stato pesante digerire il pasto della sera prima. Poi si fece coraggio e guardò Ambra.
Ancora dormiva, ma il respiro non era il solito: breve e veloce come quello di un cane ansimante. E la pelle aveva cambiato colore, più diafana.
No, non era Ambra…
Allora con l’indice le toccò una spalla, premendo leggermente. Sembrò affondasse nella gelatina e l’impronta lasciata ci mise un po’ a scomparire.
Lo invase il terrore!
Corse in bagno a vomitare. Dopo 10, 15, 20 minuti – non sapeva più quanto – rientrò cautamente in camera trovandola seduta sul letto.
– Che ti prende? Sei pallidissimo… Stai male?
Anche se era tornata la stessa di sempre, no: non era Ambra. Si fece coraggio e rispose:
– La cena… qualcosa deve avermi fatto male, forse i gamberetti.
– Torna a letto che ti preparo un the caldo al limone.
Si rimise sotto le coperte ma, sentendo il tepore lasciato da lei, la vista cominciò ad annebbiarsi, tutto a girare vorticosamente e svenne.
Il dottore ricondusse il fatto a una banale “indigestione”. Ovviamente non poteva sapere della finta Ambra.
Che fare, che fare… Quando erano in casa lei lo seguiva ovunque.
Che fai?
Come stai?
Vuoi qualcosa di caldo da bere?
Incominciava a soffocarlo. Avrebbe voluto fuggire.
Ambra, Ambra, amore mio. Dove sei? Che fine hai fatto?
Era stata forse rapita? E chi era quell’essere che aveva preso il suo posto?
Quella creatura non era di questo mondo.
Ora capiva tutto. La luce. Il sibilo. Il ronzio. Quella creatura era un alieno!
Ah! Tesoro.
Che ne dici di fare un picnic domenica al lago?
Organizzo tutto io.
Non ti preoccupare.
Così domenica mattina partirono prima dell’alba, con la scusa di pescare un po’.
Arrivati lì c’era ancora una bassa e leggera nebbiolina; l’acqua scura e calma.
– Ambra, amore mio. Ricordi? La magia del lago… È qui che ci siamo conosciuti e innamorati. Baciami.
Cosa può fare un uomo mosso dal disprezzo e dalla convinzione delle proprie idee…
E con finto trasporto le prese il viso avvicinandolo alle sue labbra. Il bacio – intenso, lungo – lo riportò indietro di un lustro e per un attimo riebbe la vera Ambra tra le sue braccia. Ma poi la lingua incominciò ad affondare sempre più, a srotolarsi giù verso la gola, proseguendo nella trachea e a gonfiarsi fino a occupare ogni minima fessura.
Ambra non respirava. Cercò con forza di ribellarsi. Qualcosa… qualcosa d’osceno l’avvolgeva tutta anche all’esterno, impedendole di muovere gli arti. Strabuzzò gli occhi.
E vide! Solo per un attimo.
Vide che il suo amato non era più lui. Vide un mostro.
Un attimo e poi il buio. La magia del lago era finita.
Il corpo scivolò silenziosamente in acqua.
E Giovanni si sentì finalmente libero.
Libero di essere se stesso.
22 aprile 2008
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La magia © Paula Becattini
Inquieto riposo
Si avvicinò al letto e, come tutte le sere, si spogliò lentamente, scivolando poi nuda tra le lenzuola.
E prima di chiedersi se fosse stato meglio addormentarsi sulle pagine di un libro o tra i pensieri di un sogno preconfezionato, guardò la luce dell’abat-jour brillare lieve in tutti i suoi 15W, tremula come quella di una candela.
Poi, osservando il soffitto, allungò un braccio fuori come ad afferrare l’inafferrabile: di colore chiaro, quasi abbagliante più dell’illuminazione nella stanza, e nervoso come non mai; di chili ne aveva persi fin troppi, ma adesso poteva ritenersi un figurino.
Il profumo… quale profumo aveva il suo corpo? La sua pelle?
Eppure ricordava che, chi l’abbracciava in notti come queste, tanto tempo fa, in un orecchio le sussurrava: «Sai di buono».
Sapeva di buono.
Dentro e fuori, sapeva di buono.
Chi l’assaggiava non dimenticava, anche se poi la solitudine le faceva da padrona.
E così si raccoglieva tra le lenzuola, con un cuscino lungo il fianco, come a delimitare uno spazio comunque occupato idealmente; cercando di non pensare o, al contrario, di fissare nella memoria l’odore che sapeva di tenerezza.
Quella tenerezza di un abbraccio, di una spalla, di un respiro sulla guancia.
Non c’erano notti diverse, a parte quelle in cui si amava al buio, in frenetica ricerca di un sollievo e dell’esser donna passionale come una volta.
Ma quella sera spense la luce. E girandosi su di un fianco sospirò: «Mi manca».
Nel sonno poi un mezzo sorriso le disegnava la bocca carnosa, come bimba appena nata.
Anche se solo l’indomani sarebbe rinata…
22 febbraio 2013
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Inquieto riposo © Paula Becattini
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Se non dipende da me o te
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E se non dipende da me o te, amore, chi potrà mai scalfire questo nostro grande cuore?
Chi potrà mai sconvolgerne i sogni, i progetti e dare adito che non ce lo meritiamo?
Dobbiamo proteggerlo ad ogni costo: è un tesoro racchiuso in petto.
Il mio cuore freme, si riverbera nella bellezza e nel dolore; e batte forte ancor quando le tue parole sfiorano questa pelle virginea dei tuoi baci.
Si fa forte dalla paura quando annusa i tuoi dubbi, fatti di ancestrali sofferenze che vorrebbe obliare.
Vorrei che tu mi prendessi la mano e insieme sentirne il calore, insieme osservare come riposa bene nella tua.
Sarò io la tua casa e tu la mia, ovunque saremo, ovunque andremo per poi tornare, per poi aggrapparci l’uno all’altra con braccia di virgulti amorosi.
Dovremo osare, sfidare il mondo, questo mondo che non ci appartiene; piegarlo ai nostri piedi e renderlo docile e buono.
Io lo desidero, come fosse l’ultimo giro di giostra, come fosse l’ultima occasione concessa.
Ma tu non mi fai solo girar la testa: tu mi leggi nel profondo, denudandomi ancor prima di spogliarmi dei miei scudi, su di un letto piegato dal peso della meraviglia e dello stupore di quanta forza ha il tuo cuore.
E tu, amore mio?
Come ti senti ora, in questo momento?
10 febbraio 2013
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Se non dipende da me o te © Paula Becattini
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Che c’è?
– Che c’è? – disse una vocina.
– Che c’è, che c’è! È possibile che non mi lasci mai in pace? Nemmeno adesso? – disse il vecchino seduto sulla panchina.
Silenzio.
Voltò lo sguardo a destra e vide il nipotino che scarrozzava sul prato vicino.
– Certo è che è proprio un bel bambino, non trovi? – e rificcò il naso nel libro che aveva momentaneamente poggiato sulle ginocchia.
Quando si accorse di non aver ricevuto ancora risposta, sollevò lo sguardo avanti a sé, perdendolo oltre la fontana.
– Che c’è, Marta… C’è che la vecchiaia me la sono ritrovata sulle spalle tutta d’un botto, ecco che cosa c’è. –
Ancora silenzio.
– Ti ricordi quella famosa mattina di tanti anni fa? Quella mattina non ti portai la colazione a letto. E tu non mi domandasti il perché. Ed io non trovai necessario giustificarmi. Facemmo l’amore, ricordi? Ma io ero come assente. Forse te ne accorgesti, forse no. Comunque non mi chiedesti niente.
Che c’è, Marta… C’è che… C’è che poi passarono i giorni e tu non mi domandasti più “Che c’è?”. –
Silenzio.
– Marta, Marta… Mi mancano. Mi mancano i tuoi “Che c’è?”. Mi manchi tu, adesso… –
Riappoggiò lo sguardo sulle pagine del libro e, chiudendolo di scatto, allungò la mano alla sua sinistra sulla panchina.
Il posto di Marta era vuoto.
– Ciao, amore mio… A presto. –
– Nonno! Nonno! Che hai? – chiese correndo verso di lui il bambino.
– Niente, piccolo mio! Dove è la mamma? Andiamo a cercarla? Vieni… abbiamo ancora tante cose da fare insieme. –
Si alzò un po’ tentennando e poi sorridendo osservò la panchina adesso libera.
– Che c’é? – richiese la vocina.
21 luglio 2003
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Che c’è? © Paula Becattini
Gelo di cannella
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Il vento dell’inverno le bruciava il viso come usciva di casa; e lei guardava sempre oltre il cancello: vi arrivava a passi veloci, stando comunque attenta a non scivolare.
Poi correva via, lasciandosi alle spalle il vialetto, la casa, sperando che la giornata la portasse lontano, dai pensieri, dai ricordi, dai sogni.
Ma in fondo cosa sono i sogni? Schiaffi gelidi che da tempo evitava, nonostante il gelo.
Fin quando, un mattino, la brina nel suo giardino le rapì lo sguardo: bianca come zucchero sull’erba sofferente, sulle foglie degli ulivi e la pianta di salvia che, imperterrita, si curava da sola.
Era trascorso poco più di un anno e, dondolandosi sui tacchi, fumando aria dai polmoni, ripensò a quella prima volta che non avrebbe dovuto esserci, che non avrebbe dovuto squarciarle l’anima e tirarle fuori le emozioni.
Ma questo accadde, insieme al risveglio dei sensi, al piacere di soffermarsi nello scoprire i profumi, nel percepirne le sfumature, i colori e i sapori. Perché anche i sapori hanno tonalità nascoste…
Ricordò i suoi libri di ricette, che in gioventù aveva consumato con letture avide e mani sporche di frenetica attività, atti a donarle gioia e altrettanta soddisfazione nel distribuirla ai suoi cari con manicaretti su tavole imbandite.
Tra questi uno in particolare, seppur trattasse di dolci, amaro come il fiele; ma lì stava e ogni tanto si faceva aprire come per dire: «Non mi abbandonare».
Avesse almeno nevicato, si sarebbe rinchiusa nel suo guscio, che niente aveva a che fare con le pareti di una stanza in particolare.
Aveva tutto per preparare un delizioso gelo, tranne la cannella…
Ma aveva dimenticato, cancellato, perso l’usanza di curare la dispensa.
Di spezie è condita la vita: senza si muore lentamente, nell’insipidità ci si ingrigisce.
Così finalmente rialzò lo sguardo.
Un cancello; è solo uno stupido cancello. E tornò indietro.
Rientrando in casa si disse: «Oggi ho voglia di cucinare…»
29 gennaio 2013
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Gelo di cannella © Paula Becattini
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La ricetta
GELO DI CANNELLA AI PISTACCHI
Ingredienti:
200 g di stecche di cannella, 700 g di zucchero, 200 g di amido, 20 g di pistacchi, 2 litri di acqua.
Lasciate a macerare per una notte, nell’acqua, le stecche di cannella e successivamente fate bollire il tutto, e lasciate poi riposare per circa un giorno.
Rimettete sul fuoco, aggiungendo l’amido e lo zucchero, sempre mescolando, finché non si addensa.
Lasciate raffreddare e spolverate con i pistacchi tritati.
Oltre gli occhi
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– Cosa stai facendo?
Silenzio.
– Perché non rispondi?
– Sto studiando le cicatrici.
– Non ci sono cicatrici…
– Ci sono. Questa per esempio? Cosa è?
– È un graffio. Scomparirà…
– Non sono più carina come un tempo.
– Non è vero, sei sempre bella.
– Sarà… Sai, a volte ho paura. Paura di dimenticare come ero. Quando mi penso, ho il viso giovane dei miei vent’anni e il corpo rigoglioso di una trentenne; ma se mi accarezzo, sento i solchi delle cicatrici e mi viene la nausea. Forse non dovrei.
– Non hai cicatrici. È un’impressione.
– In realtà una cicatrice c’è, ed ha inciso il cuore. Perché non una mano? Un braccio? Avrei usato l’altro. Perché non un piede o una gamba? Ci sono arti artificiali che fanno miracoli!
– Oppure l’udito?!? La parola?!? Stai vaneggiando… SEI VIVA. Hai capito? Sei viva.
– Sì.
– Ringrazia qualcuno: Dio, i medici, chi ti pare. Sei viva e questo mi basta.
– Sì.
– Incominciamo?
Silenzio.
– Se non ti va possiamo rimandare. Oppure preferisci usare l’assistente vocale?
– No, non lo sopporto. Quando studiavo pianoforte mi allenavo spesso bendata: “sentire i tasti”, sapere esattamente dove e come fossero, mi dava la possibilità di lasciarmi andare nell’esecuzione di certi brani, di lasciarmi trasportare dalla musica e dal pathos, ad occhi chiusi.
– Perché non riprendi a suonare? Provaci…
– Forse, più in là. Adesso vorrei riprendere a scrivere, comporre poesie, da sola, senza assistente vocale. E tu mi aiuterai, vero?
Silenzio.
– Mi aiuterai?
– Amore mio, certo. Incomincia: ti guiderò e correggerò. Immagina la tastiera del computer come quella del pianoforte. La disposizione delle lettere le hai già memorizzate tutte, ora devi solo guidare magistralmente con il pensiero le tue dita, facendole scivolare delicatamente sui tasti. E vedrai, l’assistente vocale ti servirà solo per la rilettura e le correzioni. E, comunque, come correttore bozze io sono sempre disponibile!
– Baciami. Fammi sentire la morbida forma delle tue labbra. Gli occhi li immaginerò limpidi e brillanti immersi nei miei spenti.
Con il timore di essere scoperto, fece in tempo ad asciugarsi le lacrime poco prima che lei gli prendesse tra le mani il viso.
– Sai di sale, come sempre – disse abbozzando un sorriso –, ma questa volta con un retrogusto al pianto… mon seigneur.
17 novembre 2012
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Oltre gli occhi © Paula Becattini
Insieme ma distanti
Una mattina ti svegli e guardi nel buio il soffitto allargarsi intorno alla stanza.
E pensi: «Sto per morire…»
Mentre intravedi accanto a te due mani diverse; due occhi sotto le palpebre, che leggermente si muovono in fase rem.
E pensi: «Vorrei morire…» – ma di una morte scivolosa, che ti porti altrove.
Intrappolato, le membra rigide, i pugni serrati, non ricordi nemmeno più quanti anni hai e il suo respiro giunge alle orecchie quasi pesante e invadente.
Pesante e invadente è invece quel che ti porti nel cuore: un moto interiore che silenzioso lacrima e scalcia.
Osservi ancora. Quelle mani non le riconosci.
Sono rugose, sono le mani di una vecchia, sembrano quelle di tua madre poco prima di morire.
Vorresti fuggire, vorresti andartene pur non sapendo come e dove.
È un’illusione.
Forse è solo un sogno, forse un incubo.
Così aspetti di svegliarti, ma nel frattempo il tempo scorre.
E quelle mani diventano sempre più rugose.
Insieme alle tue…
•
Le mie parole
non hanno suono
mentre ti parlo,
mentre i gesti
disegnano il vuoto.
Non sento
e non vediamo
l’anelito di questo tempo
che necessita
azzerare ogni cosa.
E così avanza l’indolenza
e noi insieme
ma distanti,
troppo per amarsi
troppo per essere felici.
Non prova più dolore
questo corpo
questo cuore
svuotato di tutte
le ragioni.
Mentre tu
lasci a me il compito.
Fare il passo.
Risvegliarci
per tornare a vivere…
23 giugno 2012
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Insieme ma distanti © Paula Becattini
E luce fu
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Buio.
Non proprio: a volte profondo, a volte macchiato di colori indefinibili. Scrutato inconsapevolmente e mai compreso.
Un buio dove regnerebbe il silenzio se non fosse per quel “fluire” costante e ovattato accompagnato da un ritmico scandire in controtempo: tum tam, tum tam, tum tam… In compagnia. In lontananza.
Buio.
Tutto è così lieve. Eppure si espande.
Costante cresce una forza fin quando stringe in una morsa.
E spinge. Spinge ancora.
I colori si trasformano: brulicano in vortici impazziti, si striano improvvisamente, si lacerano violentemente, velocemente aggrediscono.
Uno schiaffo improvviso, devastante.
Un’esplosione di energia.
E luce fu…
Per un lasso di tempo concesso, senza ben comprenderne il perché.
Sono nata senza ricordi. Sono cresciuta accumulandoli e custodendoli gelosamente con le esperienze. Ho contribuito al mistero.
Ma ora, stanca, mi addormenterò in un meritato riposo. Nel buio.
Non proprio: a volte profondo, a volte macchiato di colori indefinibili. Scrutato inconsapevolmente e mai compreso.
Un buio dove regnerebbe il silenzio se non fosse per quello schiaffo improvviso, devastante.
E luce fu… per un altro lasso di tempo concesso.
30 marzo 2012
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E luce fu © Paula Becattini
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Samsung GX-20
15/08/2011 – 15:39
Velocità otturatore: 1/250 sec
Numero di apertura: f/11
Apertura: f/11
Iso: 100
Lunghezza focale: 210 mm
Lente: Tamron AF 80-210mm F4-5.6
Metodo misurazione: pattern
Pixel: 3104 x 4672
Scatto in formato: DNG (RAW)
Annina (favoletta d’altri tempi)
Se credete in Dio oppure no non è importante: son sicuro capireste comunque la storia che vi sto per raccontare.
In un tempo lontano eppur vicino, ma non troppo – a secondo come vi aggrada –, in un ridente paesino toscano abitava una ragazzina, che tanto giovane più non era. Ma nemmeno vecchia, anche se i suoi occhi sembravano velati, come avvolti dalla cataratta, e i capelli bianchi ma perché spolverati di farina.
Or dunque Annina, questo il suo nome, lavorava appunto in un forno per potersi mantenere. Nel pieno della notte e insieme al fornaio, impastava, impastava, forgiava filoncini e ciambelle, panini all’olio e schiacciate. Sfornava e riempiva le ceste di pane. Quando poi arrivava l’alba, sgattaiolava in bottega e apriva le sporte per accogliere i primi clienti, fin quando non giungeva la consorte del fornaio e finalmente se ne tornava a casa.
Solo la domenica si riposava e, siccome per abitudine si svegliava presto, alle sette era in chiesa a recitare i mattutini e poi assistere alla messa.
Anche il fornaio non dormiva e qualche volta, solo soletto, lo si poteva trovare in fondo alla chiesa, vicino all’altare dedicato a Santa Chiara d’Assisi, con gli occhi fissi su Annina, come incantato da una celeste visuale.
Annina non poteva accorgersene, perché lui arrivava sempre poco dopo e se ne andava poco prima.
Una mattina, al lavoro, il fornaio le disse:
«Annina, quand’è che pensa di maritarsi?»
«Oh, signore, quando incontrerò l’uomo della mia vita…»
E il fornaio, un po’ imbarazzato, non ebbe coraggio di chiederle altro.
Passarono giorni, settimane e mesi, fin quando il fornaio aggiunse:
«E come desidera che sia il suo futuro consorte?»
«Oh, signore, dolce, gentile, onesto e lavoratore. Profumato come il pane…»
Al fornaio partì un colpo di tosse:
«La farina: ormai sto diventando vecchio!»
Annina gli sorrise affettuosamente.
E da quel giorno niente più aggiunsero all’argomento.
Annina aveva i capelli lunghi che teneva sempre raccolti in una cuffia.
Una domenica mattina il fornaio, seduto al suo solito posto in chiesa, notò che erano molto lunghi.
Passò l’inverno e poi la primavera e ancora quattro cicli di stagioni.
Un dì, primo giorno di estate, chiese il fornaio ad Annina, mentre impastavano:
«Da quanto tempo lavora per me, Annina?»
«Oh, signore, saranno ormai sedici anni e più…»
Il fornaio, incredulo, dentro sè incominciò a far di conto: era già una signorina quando entrò la prima volta nel suo forno!
E così il tempo passava. Annina lavorava, il fornaio sospirava.
Un giorno, non si sa cosa gli prese, di sorpresa tirò via la cuffia di Annina e come per magia si srotolò fino a terra una lunga treccia.
«Annina! I tuoi capelli…»
Tutta rossa, Annina la raccolse raggomitolandola tra le braccia.
«Annina, sono lunghissimi e bianchi… perché?»
«Ho fatto un fioretto a Santa Chiara…»
«E allora?»
«Di non tagliarmi più i capelli fin quando non mi mostrasse il futuro marito…»
«Or dunque, non l’ha mostrato ancora?»
Annina, diventando ancor più rossa, non aveva il coraggio di rispondere.
«Or dunque?»
«Me l’ha mostrato…»
«E perché ha i capelli lunghissimi e non si è maritata? Forse quell’uomo non la corrisponde?»
«Oh, signore, non posso dirglielo!»
«E perché no? Non ci tengo alla sua persona?»
«Perché è un signore dolce, gentile, onesto e lavoratore, che spesso la domenica mattina è in chiesa, vicino all’altare di Santa Chiara. E profuma come il pane…»
E Annina corse via piangendo: da quel giorno non fece più ritorno.
Quel fornaio ancora l’attende invano.
Per non dimenticarla sforna il pane a forma della sua bella treccia e si pente di non averle mai detto quanto grande era il suo amore per lei…
12 ottobre 2011
*
Annina © Paula Becattini
Percezioni ’99
«Questo locale è veramente delizioso.»
«Sì, perciò ti ho portato qui…»
Scelsi il tavolo.
Con il menù in mano, gettai un’occhiata al suo profilo. Lui si voltò e mi guardò con occhi sorridenti.
«Bevi vino?» mi chiese.
«Certo. Diamo un’occhiata alla carta.»
Sfogliandola insieme, ci soffermammo sui rossi toscani.
«Guarda quanto costa questo…!»
Lui indicò semplicemente quello precedente.
«Prendiamo questo, è buono. Ti va?»
Lo guardai meravigliata. “Ma hai visto il prezzo? 65 euro!»
«È un buon vino. Prendiamolo.»
Attendemmo un quarto d’ora e finalmente il cameriere ce lo portò decantato. Lo servì a entrambi.
Presi il bicchiere con lentezza e avvicinandolo alla bocca ne potei percepire profumi indescrivibili.
Ma quando lo sorseggiai con estrema curiosità il mio sguardo scivolò oltre la finestra e le colline scandiccesi…
Quella primavera fu piuttosto piovosa, tuttavia non mancarono calde giornate di sole. Ricordo abbondanti fioriture piene di colori e vivaci nel loro esplodere a fresche brezze che comunque preannuciavano una bellissima estate.
Lasciai correre tutto come se niente fosse, e così i mesi passarono. Agosto arrivò e se ne andò senza voltarsi indietro. La città, particolarmente vuota, si lasciò oziosamente osservare; io invece, piena di propositi che mai avrebbero preso il volo, mi sentivo pronta ad abbandonare quella parte di me arbarbicata saldamente alle origini. Feci un’accurata selezione e gettai l’eccesso inutile: pensieri, desideri, sentimenti. E così settembre mi trovò matura, come un grappolo d’uva che attende la vendemmia. Ma nessuno mi colse…
Eppure qualcosa doveva succedere.
Come quando un sommelier si appresta a degustare un vino moderno assemblato con varietà non tradizionali, assaporai l’inverno con estrema attenzione cercando di coglierne tutte le sfumature. Il profumo della libertà è veramente complesso… e il gusto del trasporto può lasciare finali persistenti che rimandano a emozioni primordiali dimenticate.
Dovevo solo affinare una mia debole caratteristica: la disponibilità impetuosa a nuove storie. Perché ti puoi innamorare di un vino, ma senza saperlo abbinare a determinati piatti non saprai mai apprezzarlo pienamente.
E fu così che decisi di “setacciare” i miei amori, passati e presenti, estraendone il buono e il cattivo, cercando di comprendere quanto di me ne avevano la struttura o il colore. La delusione non m’impedì di preparare il terreno sul quale edificarmi nuovamente.
Posso finalmente dire di aver trovato un equilibrio, forse imperfetto. Ma sarà un susseguirsi di annate dedite al miglioramento… dove io sono e sarò sempre, senza dover cambiare o adattarmi per gli altri.
Mi prese la mano.
Risvegliandomi come da un torpore improvviso, staccai lo sguardo dalla finestra.
«Hai ragione. È un ottimo vino…»
12 gennaio 2003
gustando un Tignanello ’99
26 gennaio 2003
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Percezioni ’99 © Paula Becattini
Haiku #13 (…e non solo)
Foss’anche eterno è
tramonto senza sole
– eco d’inganni –
18 luglio 2011
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Haiku #13 © Paula Becattini
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La dedica (racconto)
Mi chiamo Haiku e di giapponese ho solo la madre, gli occhi a mandorla e il buffo nome di un tipo di componimento poetico, datomi da mio padre il giorno stesso in cui sono nata, ispirato dalla recente scoperta.
Ne era affascinato e così mi ritrovo un nome che sembra uno scherzo; scherzo che in fondo poi non è, avendomi trasmesso anche il piacere della scrittura.
Mia madre si vergogna solo a pronunciarlo, ma dentro ho il fuoco, la passione, l’energia e l’ispirazione che l’hanno fatta innamorare di lui e così, dopo aver acconsentito a suo tempo, continua a chiudere un occhio e a sospirare di nascosto.
Papà è stato fortunato a incontrarla. Lei sa come trattarlo senza “costringerlo” e lo completa donandogli quel che gli manca: il giusto equilibrio.
Lui non lo sa, ma è così.
Invece io, per certi versi, sono ancora un po’ “bastarda” o incompleta, se preferite; oppure semplicemente testarda, ficcandomi sempre in situazioni dove, per un motivo o l’altro, “ardo” con violenza emotivamente: a scuola, al lavoro, in amicizia, in amore…
Soprattutto in amore.
Ormai non sono più una ragazzina: dall’alto dei miei quarant’anni me ne faccio una ragione. Forse.
E colpevolizzarsi non è mai abbastanza. Mi dicono che non sia giusto, ma non so cosa va in me, non so dove sbaglio. Soffro per amore e a guadagnarne qualcosa sembra sia solo la mia ispirazione.
Forse sbaglio nel pretendere la lealtà in un rapporto. Pura utopia: chi non ha un segreto?
Già… ma purtroppo le bugie le fiuto a distanza.
E non sopporto chi nega l’evidenza.
Ieri sera mi sono ritrovata tra le mani l’ultimo romanzo della Mazzantini, Nessuno si salva da solo. Ho iniziato a leggerlo.
La mia dedica sul frontespizio è molto recente, appena tre mesi – avevo già in qualche modo rimosso –.
Nel procedere con la lettura mi son detta: «Cavolo! Questo libro vomita disagio e dolore da ogni carattere stampato!»
Ecco perché non è riuscito a finirlo.
È invece per me l’ideale; per me che stasera soffro e provo dentro tanto inspiegabile disagio che il sapere qualcuno sta peggio mi rincuora.
Non so come andrà a finire la storia e, a dire il vero, non m’interessa.
I due protagonisti sembrano talmente “fuori” e sbagliati insieme che ti vien voglia di urlargli: «Ma fatela finita! E basta!»
Se si lasciano è la cosa più giusta.
Ma se poi si rimettono insieme? Un miracolo… l’ennesimo miracolo.
Il mio, il nostro, quello di molti altri – ma sempre meno –, dove l’amore trionfa. Nonostante tutto.
La realtà di chi sta diventando una minoranza.
Un giorno ci perseguiteranno come i primi cristiani, ci stermineranno come gli ebrei; ci sentiremo talmente soli e fuori dal tempo da sfociare nella pazzia.
Mi sento una minoranza.
Semplicemente perché credo ancora nell’amore e gli sono fedele nel senso più ampio del termine?
Solo perché non faccio della trasgressione le fondamenta della mia vita?
Ma quante volte ancora dovrò morire per risorgere dalle ceneri?
Nessuno si salva da solo…
«A noi due.
Che non resistiamo
alla tentazione di
“un’ultima volta”
e facciamo sì che
tutto ricominci come fosse
“la prima volta”.
Ti amo.»
La dedica sul frontespizio.
19 luglio 2011
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La dedica © Paula Becattini











