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Cronache annunciate di una agente/promoter – #1

«Mi scusi… dove si trova la toilette?»

Ma com’è che scambiano lo stand per il punto informazione del centro commerciale?
Eppure è scritto anche in grande:
“Luce e gas. Risparmiate proprio quando consumate”.

Di certo risparmiano sul tempo chiedendo a me!

1 dicembre 2011

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Cronache annunciate di una agente/promoter – #1 © Paula Becattini

Non mi lasciare…

Ne me quitte pas

Animo nobile d’amor trafitto
quanto dolore, quanto dolore
lasciar piangere il cuore
e desiderare i tuoi petali carnosi
ora rapiti dal vento.
Il cielo macchiato di luce
mi accarezza e osserva
questa macchia in petto
rossa come le tue labbra.
Ma non v’è pace
in questo sonno di passione.
Non mi lasciare…

29 novembre 2011

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Non mi lasciare © Paula Becattini

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Ispirata da molteplici fattori: complice Chagall

Il mistero dei panni sporchi appallottolati

Business*

Una camicia, un pantalone e una felpa appallottolati nel cesto dei panni sporchi mi provocano sempre una sincope.
Ma poi mi riprendo: nel ripiegarli constato che il cesto è pieno a metà e quindi non devo fare l’ennesima lavatrice!
In famiglia ancora non hanno capito che sono molto sensibile…

24 novembre 2011

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Il mistero dei panni sporchi appallottolati © Paula Becattini

Come bimbo capriccioso

Cattivo.
Come bimbo capriccioso
dallo sguardo fermo
che penetra i miei occhi
silenziosamente ingegni
misuri gli spostamenti
e cattivo colpisci angelico.

Come bimbo capriccioso
mi cerchi.
Per la mano mi porti
nel tuo bisogno d’amore
e fragile io a cadere
tra le spire.
Cattivo.

Tu bimbo capriccioso
che non piange o grida
o batte i pugni a terra
mi fai vacillare
e dolcemente osservare
il tuo fare.

Cattivo.
Come bimbo capriccioso
ti porto al petto
il respiro torna
lieve e regolare
dopo folle rincorrersi
tra le stanze della passione.

E cattivo ti allontani
per tornare ad architettare…

19 novembre 2011

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Come bimbo capiriccioso © Paula Becattini

Non importa

Altalena*

Non importa
se mi lascerai
per poi riprendermi
come hai sempre fatto,
ché spesso mi rivedo
sull’altalena
felice andare e venire
tagliando l’aria
osservando il cielo
cercando di sfiorare
le verdi foglie
accarezzate dal vento
ciondolando i piedi
inarcando la schiena
con i capelli sciolti
sulle spalle riscaldate
da un tiepido sole.
Non importa
se mi lascerai
per poi riprendermi,
ché il dondolare
sulla mia altalena
gorgogliando risa
e imitando il volo
ascoltando
l’anima silenziosa
e le emozioni
custodite
mi rincuora
rivivendo
i sogni e i desideri
di una giovinezza
mai spenta.
Non importa
se mi lascerai,
ché io son qui
bambina sull’altalena
a solleticare la vita
con la consapevolezza
ormai adulta
che non esiste
la perfezione
e così altalenando
resto ferma
nei miei sentimenti
sorridendo
e con un po’ di paura
del salto che farò
per ritornare.

11 febbraio 2009

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Non importa © Paula Becattini

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Il tragitto

Diga*

Strada
sempre uguale,
ripetitiva
ogni mattina.
E mi ritrovo
a pensar
parole,
ad assemblare
assonanze
a ritmo
d’asfalto.
Finché
bagno d’azzurro
il mio sguardo.

«Renderò diverso
anche questo giorno.»

Al ritorno,
nel momento
in cui scorgo
il tramonto
dallo specchietto,
rubo sfumature
d’arancio
per colorare
di nuovo
l’asfalto…
Domani.

19 novembre 2008

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Il tragitto © Paula Becattini

Canto alla lampara

Particolare

*

Getta le reti…
getta le reti
su questo letto vuoto
intecciato negli anni
d’amor perduto.

Getta le reti…
che più non vedo
il viso tuo
bruciato dal sole
e i solchi di scie
d’acque silenziose
ricche di melanconici
pensieri.

Getta le reti
su questo corpo
di sirena solitaria,
al tuo tornare
senza parole
né mani ruvide
ad accarezzare colei che
inghiottirebbe la barca
nella tempesta
ma,
nell’attesa,
resta qui col fiato sospeso,
felice di rivedere almeno
due occhi di ghiaccio
avanzare nel chiarore
della stanza.

Getta le reti…
mio pescatore.

5 novembre 2009

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Canto alla lampara © Paula Becattini

Una questione di ottica

Ottica 18-55*

Non c’è che dire: nonostante l’SMC Pentax-M 1:3.5 28mm sia un obiettivo nato sul finire degli anni ’70 – e quindi non adatto a reflex digitali – è ottimo per quanto riguarda distorsione, vignettatura, contrasto e risoluzione.
A quanto pare ha superato la prova anche montato su una digitale!
In foto, invece, potete vedere il 18-55mm di serie della Samsung GX-20 immortalato con l’SMC Pentax 1:3.5: al contrario non credo che sarei riuscita a ottenere certi dettagli!
Una questione di ottica…

24 ottobre 2011

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Cosa ho combinato? Non lo so…

Tastiera*

È da un po’ che latito… c’è un valido perché: ho un lavoro che m’impegna tantissimo, non riguarda la grafica o la fotografia e si tratta di una sfida.
Ma questa è un’altra storia.
Oggi pomeriggio, finalmente dopo qualche settimana, sono riuscita a dedicare un po’ di tempo a me stessa. Non certo rinchiudendomi in una beauty farm, anche se ne avrei bisogno!
Ho ripreso in mano la Samsung GX-20, riacceso le luci del mio mignon, ma che dico, micro studio fotografico e in vena di esperimenti ho fatto delle prove.
Non so cosa ho combinato di preciso… pochi scatti (50 per l’esattezza) e ancor meno quelli “validi”, forse due o tre.
Ho iniziato con un soggetto facilissimo e forse inflazionato.
Però… però sono soddisfatta!
Ho utilizzato una vecchia ottica: l’SMC Pentax-M 1:3.5.
Un 28mm per l’esattezza.
Ovviamente ho dovuto scattare tutto in modalità manuale.
Beh, accetto consigli dagli esperti e non!
Ancora ho difficoltà nel bilanciamento del bianco: lo sfondo l’ho corretto in seguito.
Forse c’è una lieve dominante rossa.
Le luci non sono sufficienti e quindi devo scattare con tempi lunghi.
E poi mi dite come fate con la polvere?!? La tastiera l’avevo pulita, ma a quanto pare non bene!
Ho dovuto togliere pelini e granellini in post produzione.
Secondo me è l’alta risoluzione che frega… o no?!?

23 ottobre 2011

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Annina (favoletta d’altri tempi)

Se credete in Dio oppure no non è importante: son sicuro capireste comunque la storia che vi sto per raccontare.
In un tempo lontano eppur vicino, ma non troppo – a secondo come vi aggrada –, in un ridente paesino toscano abitava una ragazzina, che tanto giovane più non era. Ma nemmeno vecchia, anche se i suoi occhi sembravano velati, come avvolti dalla cataratta, e i capelli bianchi ma perché spolverati di farina.
Or dunque Annina, questo il suo nome, lavorava appunto in un forno per potersi mantenere. Nel pieno della notte e insieme al fornaio, impastava, impastava, forgiava filoncini e ciambelle, panini all’olio e schiacciate. Sfornava e riempiva le ceste di pane. Quando poi arrivava l’alba, sgattaiolava in bottega e apriva le sporte per accogliere i primi clienti, fin quando non giungeva la consorte del fornaio e finalmente se ne tornava a casa.
Solo la domenica si riposava e, siccome per abitudine si svegliava presto, alle sette era in chiesa a recitare i mattutini e poi assistere alla messa.
Anche il fornaio non dormiva e qualche volta, solo soletto, lo si poteva trovare in fondo alla chiesa, vicino all’altare dedicato a Santa Chiara d’Assisi, con gli occhi fissi su Annina, come incantato da una celeste visuale.
Annina non poteva accorgersene, perché lui arrivava sempre poco dopo e se ne andava poco prima.
Una mattina, al lavoro, il fornaio le disse:
«Annina, quand’è che pensa di maritarsi?»
«Oh, signore, quando incontrerò l’uomo della mia vita…»
E il fornaio, un po’ imbarazzato, non ebbe coraggio di chiederle altro.
Passarono giorni, settimane e mesi, fin quando il fornaio aggiunse:
«E come desidera che sia il suo futuro consorte?»
«Oh, signore, dolce, gentile, onesto e lavoratore. Profumato come il pane…»
Al fornaio partì un colpo di tosse:
«La farina: ormai sto diventando vecchio!»
Annina gli sorrise affettuosamente.
E da quel giorno niente più aggiunsero all’argomento.
Annina aveva i capelli lunghi che teneva sempre raccolti in una cuffia.
Una domenica mattina il fornaio, seduto al suo solito posto in chiesa, notò che erano molto lunghi.
Passò l’inverno e poi la primavera e ancora quattro cicli di stagioni.
Un dì, primo giorno di estate, chiese il fornaio ad Annina, mentre impastavano:
«Da quanto tempo lavora per me, Annina?»
«Oh, signore, saranno ormai sedici anni e più…»
Il fornaio, incredulo, dentro sè incominciò a far di conto: era già una signorina quando entrò la prima volta nel suo forno!
E così il tempo passava. Annina lavorava, il fornaio sospirava.
Un giorno, non si sa cosa gli prese, di sorpresa tirò via la cuffia di Annina e come per magia si srotolò fino a terra una lunga treccia.
«Annina! I tuoi capelli…»
Tutta rossa, Annina la raccolse raggomitolandola tra le braccia.
«Annina, sono lunghissimi e bianchi… perché?»
«Ho fatto un fioretto a Santa Chiara…»
«E allora?»
«Di non tagliarmi più i capelli fin quando non mi mostrasse il futuro marito…»
«Or dunque, non l’ha mostrato ancora?»
Annina, diventando ancor più rossa, non aveva il coraggio di rispondere.
«Or dunque?»
«Me l’ha mostrato…»
«E perché ha i capelli lunghissimi e non si è maritata? Forse quell’uomo non la corrisponde?»
«Oh, signore, non posso dirglielo!»
«E perché no? Non ci tengo alla sua persona?»
«Perché è un signore dolce, gentile, onesto e lavoratore, che spesso la domenica mattina è in chiesa, vicino all’altare di Santa Chiara. E profuma come il pane…»
E Annina corse via piangendo: da quel giorno non fece più ritorno.
Quel fornaio ancora l’attende invano.
Per non dimenticarla sforna il pane a forma della sua bella treccia e si pente di non averle mai detto quanto grande era il suo amore per lei…

12 ottobre 2011

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Annina © Paula Becattini

Mare di mota

Olanda: mare del nord*

Quando navighi in un mare di mota
non dovrebbe mai mancare una bava di vento…

12 ottobre 2011

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Alba

Un sole sospeso
leggero come sogno
di un’alba triste
figlia della notte
Tra cielo e nebbia
impalpabile e freddo
come ingannevole
amore eterno
di noi si ciba
Si alza piano piano
muto si trasforma
e di sé fa sfoggia
d’oro rivestito
per ammaliare
ancora una volta.

Di prosciugata rugiada
i prati accarezza.

12 ottobre 2011

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Alba © Paula Becattini