Mi prendo un giorno
quando ancora dorme
quando tutto sembra immobile
rubandolo all’oscurità della notte
per plasmarlo fino alle prime ore
facendolo speciale, grandioso
come vorrei in cuor mio
e un po’ mi sento Dio.
Ma lo lascio andare
come si lasciano andare i sogni
e tutto appare sfuocato
fin quando non abbaglia la luce
e sento il pavimento fresco
sotto i piedi nudi
e mi chiedo dove sono
mi chiedo dove sei.
È solo il ricordo di noi
in un susseguirsi di rewind.
Dieci le dita, dieci i tocchi sulla pelle
i pensieri, le parole che si lanciano
a dare un senso, a ricordare
quanto è difficile dosare le proprie forze
e l’amore, le convinzioni
in questo moto perpetuo trascinante.
Vorrei semplicità, naturalezza
rimettere ordine nell’anima
ché del caos primordiale ho la scintilla
e la furia degli elementi,
uno scontro tra titani,
padri delle angosce e delle mie reazioni.
Ma poi,
se mi guardo dentro,
un universo…
e così comprendo.
«Dunque, per primo fu il Chaos, e poi
Gaia dall’ampio petto, sede sicura per sempre di tutti
gli immortali che tengono le vette dell’Olimpo nevoso,
e Tartaro nebbioso nei recessi della terra dalle ampie strade,
e poi Eros, il più bello fra gli dèi immortali,
che rompe le membra, e di tutti gli dèi e di tutti gli uomini
doma nel petto il cuore e il saggio consiglio.
Da Chaos nacquero Erebo e nera Nyx.
Da Nyx provennero Etere e Hemere
che lei partorì concepiti con Erebo unita in amore.»
Nel tempo che indietro torna
con la mente, nei ricordi
tu eri mille volti ed io nessuno.
Sequenza di fermi immagine
una bella donna austera
e dolce e fragile alla stessa maniera
come la natura.
Ma tu…
tu alla fine dei tuoi giorni
oltre l’impronta data
e quella negata
nell’amore e nel dolore
mi sei rimasta dentro.
E così ti ritroverò sempre!
Nel silenzio più assoluto,
tra il fragore delle risate,
in un bacio all’amato,
quando griderò vittoria,
quando piangerò per una perdita
che mai sarà più grande della tua,
ma pur sempre importante.
Quando fu
che le mie labbra
desiderarono le tue?
E quando l’innocenza
non mi parve più tale,
tanto da rinnegarla
al pensiero di te
sopra i miei turgidi seni?
Non un tempo, indefinito…
In fondo siamo felicità perdute
e mai ritrovate.
Tenersi stretti e non lasciarsi…
Del mio amore, con la valigia in mano,
ne farò un lungo viaggio
nonostante le partenze e i ritorni
gli addii e gli abbracci e le lunghe distanze.
Del mio amore, con il tempo che scorre,
ne farò il centro di quel crocevia
dove avremo appuntamento
da dove ripartiremo per poi ritrovarci.
E non ti chiedere in qual luogo
porteranno i miei occhi e le mie mani
e se dovremo sacrificare pezzi di noi
lungo questo cammino impervio
che io viaggerò come rondine
in quel sole offuscato e poi riapparso
in quella terra che ti ha visto crescere
e sopra ogni altra cosa per imboccarti di baci
fosse per una stagione, fosse per sempre
nomade in terra, fedele in amore
nella malinconia dell’assenza
nella pienezza dell’essenza.
Perché è gioia sapere che ti sono nel cuore
nel bisogno di condivisione
nonostante le mie partenze e i miei ritorni
con la valigia in mano… Amore.
Luce e cielo terso tra i tetti
è un dono quel sorriso
strappato alla quotidianità
che ti si allarga al petto
e avanza un po’ di felicità
fin nelle profonde pupille.
Non c’è ragione né ricordo
forse solo il calore, l’aria
il passo veloce sulla strada
a portarti chissà dove
come il destino tra le sue mani
quando ancora ti amava.
Quando ancora ti baciava
il corpo aveva il fuoco
l’ardire di osare e mostrare
quel che adesso si nasconde
e teme di esser deriso
che non c’è più giovinezza.
Ma è un dono quel sorriso
riesploso improvviso
mentre respiri e vivi
mentre passeggi per le vie
di una città svuotata
pare solo per il tuo piacere.
E tutto il resto cessa di essere
e non fa più male.
Avevo bocca rosea e dolci pensieri
a interrompere i sogni
nelle prime ore del mattino;
e il frusciar di lenzuola
su membra calde
che timide cercavano
l’intreccio di un abbraccio
la sospensione di due sospiri.
Avevo un angolo di paradiso
nel profondo della penombra
e spazio per l’immaginare;
la realtà di una stretta forte
la sensazione d’infinito
nel peso di due corpi sfiniti
dalle fatiche e dal piacere.
Avevo bocca rosea e seni pieni
a riprendere i sogni
nelle prime ore del mattino;
e un caldo respiro catturato
tra i capelli profumati
lungo il collo e la schiena
come un brivido di freschezza.
La meraviglia di addomentarsi
con il sorriso tra le labbra
e la certezza di essere due vite.
Anche se poi non è stato per sempre
ma per sempre sarò quella bocca rosea
nel vuoto e nella speranza.
Torna…
Non sono semplici voci
quelle che risuonano in lontananza
e lento appare il declinare
del tramonto immaginato
lungo Tevere su di un ponte affollato.
Ma questa è Roma
con la sua bellezza grandiosa
che sfoggia senza rughe e ruba
Il tempo, l’anima, l’amore
strappa al corpo dolore e sudore
anche quando vorrebbe dare un’alternativa.
Così, traballante su due tacchi,
vivo giornate uguali a tante altre
chiuse in un desiderio di dignità
che sembra allontanarsi,
cercando di strappar sorrisi
sinceri nella sostanza e ripetitivi.
Ma senza…
senza una carezza
un bacio a dar conforto e forza
che il domani potrebbe essere diverso,
anche tu Roma, tra gli sfarzi e la gaiezza,
mi pari finta, e puttana e traditrice
nel cuore di una notte come questa.
Non c’è umanità, solo battaglie perse
e un senso d’impotenza
da spingere a chiedere perdono a chi
t’impone di riprendere in mano la vita: