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La felicità di Martina – Capitolo 4

Quando il senso della vita ha il calore della famiglia.

Capitolo IV

«Tra poco è Natale!
Non vedo l’ora di aprire i regali!
Stasera festeggeremo con il cenone, poi andremo a messa.
Mamma dice che dobbiamo essere più buoni, perché solo così si avvereranno i desideri: lo spirito di Natale ce li porta dopo mezzanotte. Ma non tutti! Alcuni li serba per darceli dopo, per esempio quando compiamo gli anni.
Caro Babbo Natale, ti prometto che farò la brava.
Vorrei che mamma fosse sempre felice. E che papà trovi presto un lavoro nuovo.»

* * *

8/8/8, sì.
È sempre stato un ottimo equilibrio: 8 ore di lavoro o studio, 8 ore di riposo, 8 ore di svago.
Questo il ritmo.
Questo il ritmo fino a quando ha conosciuto Martina.
Poi la fine. La fine di un’epoca gloriosa. La fine della mia epoca!
Un’organizzazione perfetta: diplomato a 18 anni, laureato a 23 con un anno di vantaggio, specializzato a 26 dopo aver conseguito il servizio di leva, affermato professionalmente a 28.
A 30 acquisto i vecchi studi “Perseus”: li ristrutturo, li amplio, li organizzo e inserisco nuovi specialisti. In sei mesi vado in attivo diventando un punto di riferimento in Toscana nel settore medico.
Oh! Quanto ho lavorato bene in quegli anni. E quanto mi sono divertito!
8/8/8: 8 ore di lavoro o studio, 8 ore di riposo, 8 ore di svago e… sesso!

* * *

Ecco, l’amore è importante.
Anche il sesso è importante.
Si può amare senza sesso?
Forse… Sì.
Si può fare sesso senza amore?
Non lo so, in tanti si pongono questa domanda.
Personalmente non ci riesco: ho bisogno di un grande coinvolgimento emotivo per poter fare del “grande” sesso!
Ci ho provato in passato, certo.
Quando? Poco dopo la separazione dal mio ex marito: sembravo una ventenne in pieno rimescolamento ormonale ma con l’esperienza di una trentenne! Sono arrivata ad avere anche quattro amanti contemporaneamente: un lavoro, sa. Un impegno costante, una fatica…
Nonostante la bambina piccola, riuscivo a organizzarmi senza farle mancare niente e lavoravo proficuamente 6/8 ore al giorno.
È durata poco.
Mi sentivo vuota.
Mi mancava il calore di una famiglia.
Poi ho conosciuto Gioele.
Ah, due mesi di corteggiamento reciproco bellissimi! Due mesi dolcissimi, ma anche intriganti, erotici, finché non abbiamo fatto l’amore.
La prima volta è stato di una passionalità quasi animalesca. La seconda volta un’incontrollabile tempesta di desiderio. La terza… via via un crescendo in complicità e intesa.
Insomma, facevamo l’amore ogni giorno. Ovunque, comunque, appena possibile!
Se non l’avessi amato come lo amo così intensamente ancora oggi, non avrei mai potuto: ho sempre desiderato Gioele per amore.
Il fatto è che Gioele non può stare per più di tre giorni senza rapporti sessuali e questo è un problema, grande!
Perché?!?
Perché si chiude in se stesso, mi evita, mentre si apre con le altre. Incomincia a corteggiarle…
Non so se lo fa volontariamente.
Non ho idea fin dove si spinge.
Questo suo comportamento è iniziato circa sei mesi dopo il nostro incontro. Così, nel tempo, giorno dopo giorno, mesi dopo mesi, sono arrivata a farmi logorare dalla gelosia.
Eppure mi ama. Lo sento! Lo dimostra, davvero! Soprattutto quando tra noi tutto scorre serenamente.
Non è la prima volta che gliene parlo, vero?
Lei mi ha sempre detto che di un uomo si amano anche i difetti… e che Gioele è il più debole nella coppia… e che ha sempre avuto un rapporto conflittuale con le donne, forse a causa della sua infanzia… e che è orgoglioso… e che…
Dottore, per due settimane non potrò avere rapporti sessuali. Come faccio a dirlo a Gioele? Come reagirà? E soprattutto: lui resisterà? Capirà?
Dovrei darmi pace?
Dottore… Cosa devo fare?
Essere io quella comprensiva?!?
Perché, vede, sono sei anni che “spero”.
Ho quarant’anni ormai…
Dottore, smettere di desiderare mi farà star meglio?

24 dicembre 2008

La felicità di Martina – Capitolo 4 © Paula Becattini

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La felicità di Martina – Capitolo 3

Quando il senso d’infinito assume fattezze di femmina.

Capitolo III

In casa trovarono un grande silenzio: all’una di notte tutto taceva e si percepiva l’assenza di altre anime.
L’allegria alcolica li avvolgeva entrambi.
Si diressero decisi in salotto e lei, senza nemmeno togliersi il cappotto, proseguì verso lo stereo. Sinuosamente si allungò ai cd esposti e ne scelse uno: Secret love di Sting.
Poco dopo risuonarono, dolcemente diffuse nella stanza, le note di Inside.
I suoi occhi brillavano nella penombra.
Gioele si tolse il giaccone e, col sorriso sulle labbra, si sedette sul divano in attesa che accadesse qualcosa.
E quel qualcosa accadde, mano a mano che la musica cresceva. Si accese un ritmo leggero.
Due fianchi iniziarono a ondeggiare con la padronanza di una ballerina orientale.
Le mani disegnavano arabeschi virtuosi in trasparenza nell’aria.
Il ritmo aumentava. Anche il battito di Gioele. Avrebbe voluto toccarla, ma lei ogni volta che si avvicinava sfuggiva con mossa di gatta.
Martina si accarezzò lungo i fianchi sollevando leggermente il cappotto. Ad uno ad uno sganciò i bottoni, aprendosi come un fiore e richiudendosi poi stretta intorno la vita, che sembrava ora sottilissima: Gioele rivide finalmente la generosa scollatura.
Sempre ballando, si girò inarcando la schiena e flesse verso di lui il sensuale fondoschiena.
Gioele attendeva… attendeva che sollevasse tutto, ma si faceva desiderare.
I tacchi a spillo sorreggevano due lunghe gambe snelle e morbide.
La riga della calza disegnava perfettamente la salita al piacere che Gioele si pregustava. Il ritmo cresceva. Un solo gesto: si ritrovò improvvisamente un perizoma di pizzo nero sul viso dal profumo inconfondibile, quello del sesso.
Gioele credeva di scoppiare; dovette slacciarsi la cintura e aprire i pantaloni. Lei sembrava una sirena irraggiungibile. Il suo canto lo stava facendo impazzire e la sua danza morire di desiderio.
Finalmente Martina mostrò le autoreggenti: una sottile striscia di carne candida tra l’elastico e la gonna sollevata innescarono una tempesta di ormoni ora impazziti.
Il ritmo stava raggiungendo il culmine. Tutto ondeggiava freneticamente.
All’improvviso se la ritrovò seduta su di lui con i seni scoperti sul viso.
Lei lo afferrò al collo baciandolo in bocca avidamente: miele, sapeva di miele!
Si accorse che il ritmo adesso era all’unisono con quello di lei.
Che spettacolo: i capezzoli turgidi, il sesso bruciante come il fuoco.
Quando quella meravigliosa creatura cominciò a miagolare e mugolare di piacere, Gioele dovette lasciarsi andare: la supplicò di non smettere.
E così, in un groviglio di battiti di corpi, sul finire di Inside raggiunsero insieme l’apice.
I respiri, ancora ansimanti, ruppero il silenzio dello stacco prima che incominciasse il brano seguente, Send your love.
Le due bocche ancora si sfioravano.
Gioele, deglutendo e senza fiato, trovò il coraggio di dirle:

– Promettimi che tra vent’anni, quando ne avrai sessanta, ballerai ancora così… per me. Ti amo, Martina.

* * *

Sì, non c’è altro da aggiungere.
Eh, già…
No, tutto ok.
Davvero! Tutto ok.
È solo che…
Cavolo, Martina a volte sa essere così…
trasgressiva!
Mi spiazza: che devo fare? Che devo dire?
Insomma! Gioele ci prova con molte altre! Mai che concluda!
Arriva al punto che lo desiderano e lui: sbam! Gli chiude la porta in faccia!
Mai una carezza!
Mai un bacio!
Niente!
Tante parole, tante risate, tanti sguardi maliziosi e sbam!!!
Non lo capisco, io che sono il suo alter ego non lo capisco.
È un bel cinquantenne, intelligente, pieno di cultura, dal passato glorioso, una forza della natura, ed ora si riduce così: monogamo!
Devo essere più presente, più costante, il suo pensiero fisso.
Devo approfittarne quando Martina è debole.

* * *

– Signora, dato il suo stato le consiglio di non avere rapporti con suo marito per un paio di settimane. Non è niente di grave: solo precauzione.

– Ma due settimane?

– Sì. Faccia la cura che le ho prescritto e vedrà che tutto si rimetterà a posto. Non è niente di grave, mi creda.

– Grazie. Tra una settimana le farò sapere come procede.

– Certo. Venga pure in ambulatorio senza appuntamento: Marzia la farà passare tra un paziente e l’altro.

– Grazie ancora, grazie (e ora? come faccio a dirlo a Gioele?)

18 dicembre 2008

La felicità di Martina – Capitolo 3 © Paula Becattini


La felicità di Martina – Capitolo 2

Perché è sempre una questione di “alchimia”.

Capitolo II

«La mamma quando è felice ride e sembra una fata!
A volte però è triste, l’ho vista piangere.
Non è colpa mia, no. Anche quando mi sgrida… vuol dire che è nervosa, perché Gioele la fa arrabbiare.
Mamma e Gioele dicono di essere marito e moglie, ma ancora non lo sono.
Spero che un giorno si sposino, così io mi vestirò da piccola dama per dare gli anelli alla mamma e a Gioele, come ha fatto tanto tempo fa la mia cuginetta Ginevra.
Prego sempre Gesù che accada. Mamma vuole tanto bene a Gioele.
Così forse arriverà anche un fratellino! Uno vero!
Lo chiederò a Babbo Natale. Evviva!»

* * *

– Dottor Irace, ci spieghi meglio cosa accade quando c’innamoriamo

– Ci droghiamo.

– In che senso, dottor Irace?

– Entra in azione la feniletilamina (PEA), costantemente prodotta dal nostro organismo, che in elevate concentrazioni induce gli stessi effetti delle amfetamine. Causa il rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore molto noto, la cui attività è strettamente legata ad una rete di neuroni che genera sensazioni piacevoli in seguito a comportamenti che soddisfano stimoli come la fame, la sete, il desiderio sessuale.

– Quindi?

– Quindi, secondo la teoria dell’apprendimento, nel sistema nervoso rimane impresso il ricordo di un’esperienza positiva. E nel caso dell’innamoramento è l’associazione tra “incontro” e “piacere” che spinge a ripetere lo stimolo che l’ha determinata, cioè entrare nuovamente in contatto con la persona che ha generato l’iniziale rilascio di feniletilamina.

– Interessante, dottor Irace

– Ma non è tutto! Pensi che in seguito a tutto ciò si aggiunge una generale agitazione determinata dalla noradrenalina, molecola diffusa soprattutto nell’ippotalmo e nel sistema limbico. Come neurotrasmettitore provoca eccitazione, euforia ed entusiasmo; riduce l’appetito (mangiare sottrae tempo per stare con la persona amata); infine promuove la contrazione delle vene degli organi sessuali. Come ormone regola la produzione di adrenalina e nell’esperienza amorosa ne induce il rilascio con conseguente aumento del battito cardiaco, della respirazione e della pressione sanguigna, da cui ha origine il rossore del viso.

– Insomma, il corpo genera un cocktail chimico che ci mantiene innamorati?

– Esattamente, è una questione chimica.

– Dottor Irace, quanto dura questa fase?

– Purtroppo niente dura in eterno. Gli studi limitano il periodo di innamoramento a 18 mesi fino a un massimo di quattro anni. Questo perché il nostro cervello si assuefà, come ad una droga, all’effetto delle “molecole dell’amore”. A questo punto questa fase si trasforma in quella che gli antropologi definiscono di “attaccamento”. A livello del sistema nervoso, si assiste alla produzione di endorfine, una classe di molecole simili per struttura alla morfina, che hanno effetto calmante, rilassante. La componente emotiva dell’innamoramento è legata anche a un altro ormone, l’ossitocina. Viene anche chiamato “ormone dell’amore” in quanto promuove il comportamento materno. Questo ruolo agisce anche nell’ambito della coppia rafforzando l’attaccamento emotivo e potenziando meccanismi della memoria che fissano ricordi emotivi.

– Dottore, ma tutto ciò non è molto romantico

– Non siamo nati per essere felici, ma per riprodurci… l’attrazione sessuale, l’amore romantico e l’attaccamento a lungo termine possono esistere contemporaneamente anche in modo indipendente l’uno dall’altro. Si può avere un forte attaccamento verso una persona e provare amore romantico nei confronti di un’altra, ed essere attratti sessualmente verso una terza. Questi tre sistemi cerebrali sono stati sviluppati da noi esseri umani nel corso dell’evoluzione esclusivamente per consentire la riproduzione. Ma le assicuro che ognuno di noi s’innamora almeno tre o quattro volte, se non di più, nella propria vita.

– È molto interessante ascoltarla, ma purtroppo il nostro tempo a disposizione sta per scadere. Che argomento ci proporrà la prossima settimana, dottor Irace?

– Parlerò delle differenze tra maschi e femmine, di geni, di monogamia e adulterio

– Avremo sicuramente l’intervento di qualche ascoltatore!

– Speriamo.

– Dottore, una domanda indiscreta: lei è sposato?

– Sì. Da cinque anni.

– È ancora innamorato?

– Le domande adesso sono diventate due! Sì, certo. Amo mia moglie come il primo giorno, anzi, di più! È una donna fantastica, capace di attivarmi tutti e tre i tipi di sistemi cerebrali. Colgo l’occasione per salutarla.

– Bene! Salutiamo il dottor Gioele Irace, neurologo e psicoterapeuta, dandogli appuntamento alla prossima settimana: stessa ora, stessa frequenza d’onda. Grazie

* * *

Ahi, ahi, ahi! Caro Gioele
La tua è sacrosanta verità: sei ancora innamorato di Martina, ma
Ma ora che è finita la trasmissione radiofonica la deliziosa giornalista “miss boccoli d’oro” ti sorriderà con sguardo malizioso e tu ne approfitterai, non è vero?
Lo sai quanto ti piace il brivido della “cattura”: come ai vecchi tempi!
È come praticare la pesca a mosca: abboccano sempre se gli proponi un’ottima esca e ben costruita.
Una forma d’arte che va oltre la semplice cattura di un pesce da esibire agli amici.
Una pesca “ecologica”, praticata nel rispetto dell’ambiente e dei suoi abitanti.
Unica regola: rilasciare sempre il
pesce che si cattura, qualunque sia la taglia, soprattutto se il suo prelievo reca danno significativo all’ecosistema.
E dai! Lo sai Ti piace ammaliare. Ti piace corteggiare. Ti piace essere corteggiato!
Nessuno verrà a saperlo: la cosa finirà presto, tra qualche settimana, quando non dovrai più partecipare a questo stupido programma.
Su, proponiti ringraziala invitala!

* * *

– Signorina, è stato un piacere l’intervista. Se può dedicarmi dieci minuti del suo tempo, le offrirei volentieri un caffè, così le sviluppo l’argomento della prossima settimana.

– È molto carino da parte sua, dottor “Irace”.

– Mi chiami pure Gioele. Il mio è un bel cognome, molto antico, significa “rapace”, ma preferisco essere chiamato per nom mi scusi! Il cellulare. Amore!

– Sì, ero molto emozionato

– Hai ascoltato tutto, sì non devi ringraziarmi

– Una sorpresa?

– Andiamo a festeggiare?

– Ora? Sì, scendo stavo raccogliendo le mie cose Ti amo.

– Arrivo. Ciao, ciao. Mi scusi, mia moglie Purtroppo devo andare: Martina mi ha fatto una bella sorpresa! Vuole festeggiare la mia prima filodiffusione con un aperitivo. Allora, arrivederci alla prossima settimana.

* * *

Cavolo!
Che sfiga, Gioele!
Ma non può sempre andare in questo modo!
Hai il suo numero di cellulare, vero?
Te lo aveva lasciato tempo fa per poterle comunicare la tua disponibilità nel giorno di trasmissione, vero?
Vero, Gioele?!?
Cavolo, Martina è sempre così è sempre così premurosa. È sempre così presente!
È sempre così
innamorata!!!

* * *

Dottore… smettere di desiderare mi farà star meglio?

15 dicembre 2008

La felicità di Martina – Capitolo 2 © Paula Becattini


La felicità di Martina – Capitolo 1

Dedicato a coloro che, nonostante tutto, credono ancora nell’amore e nella coppia.

Capitolo I

Alle 7 meno 20 di ogni mattina suonava la sveglia di Martina.
Martina la spengeva e, immancabilmente, dopo nove minuti questa risuonava.
Allora, bofonchiando, la staccava definitivamente e poi con tutto il corpo cercava il calore del marito.
Lui, tirandola a sé, l’abbracciava regalandole un tenero bacio.
Martina a questo punto mugolava: «Dobbiamo alzarci: sono le sette…»
Completamente nuda, scivolava fuori dal letto e si dirigeva in bagno. Ogni mattina.
Ogni mattina Martina si lavava, si vestiva, tornava in camera e solleticava il marito ancora a letto, sussurrandogli: «Sono le sette e un quarto…» Poi si dirigeva verso la cameretta della sua bambina. Ogni mattina.
Se non era già sveglia, la stropicciava affettuosamente canticchiandole in un orecchio: «Bonjour, bonjour… mon amour!». Se la trovava immersa nella lettura, la scuoteva ridendo: «Forza! È ora di alzarsi!»
Ogni mattina, Martina andava in cucina e sistemava le poche cose rimaste in sospeso dalla sera prima; apparecchiava la tavola, preparava la colazione e la merenda alla piccola. Qualche volta predisponeva anche la lavatrice da avviare poco prima di uscire.
Alle 7 e 30 Martina poteva godersi finalmente il caffè con la famiglia, raccontando con vivacità ciò che le passava per la testa, già in pieno fermento. Quando il marito si alzava da tavola per andare al lavoro, Martina incominciava a sparecchiare, esortando la bimba a lavarsi i denti e pettinarsi.
Martina raccoglieva le cose necessarie, dava un occhio alla cartella della piccola; il marito l’abbracciava, la baciava e le ricordava: «Vado. Pensami…» Con un giro di tacco usciva, chiudendo la porta. Ogni mattina.
Qualche volta Martina restava lì alcuni secondi ad osservare quella porta, come incantata. Finché scuotendosi gridava: «Sono le 8 meno 10: andiamo!»
Frettolosamente rassettava le ultime cose in cucina e poi tornava in bagno a finire il trucco. Ogni mattina.
Ogni mattina, Martina si metteva il cappotto, controllava le luci, prendeva le chiavi, sorrideva alla sua bambina e usciva con lei in macchina per accompagnarla a scuola. Ogni mattina.
Ogni mattina, Martina, alle 8 e 20, sola con se stessa, s’immetteva in autostrada per andare al lavoro e poco dopo incominciava a vagare con la mente: organizzava, progettava, creava, ascoltando musica in quell’ora di viaggio… ogni mattina.

* * *

Non è vero.
Eh no, non è vero!
Mica tutte le mattine…
Il sabato e la domenica no.
Non si può dire che sia una vita monotona, la sua.
In fondo il resto della giornata lo passa al lavoro… e tutti ben sanno quanto sia creativo il lavoro di Martina!
Ops… perdonatemi: non mi sono presentato.
Mi chiamo… ma che importa come mi chiamo!
Non vi pare che sia una presenza vivace, “diversa”?
Sì, diversa… Diversa dalla voce narrante precedente: noiosa.
In realtà sono l’alter ego di Gioele, o la sua coscienza “sporca”.
Chi è Gioele? Il marito di Martina, ovvio.
E Martina è… Martina è “la” donna.
Non una donna qualsiasi.
È “la” donna per la quale si cambia vita.
Se voglio.

* * *

Ho scoperto di avere troppi sensi di colpa.
Sì, troppi sensi di colpa rispetto agli altri.
Inizio a sentirmi diversa.
Il fatto è che oggi giorno un comportamento esagerato non è più “peccato”.
Sembra che tutti quanti si siano liberati dal senso di colpa e che abbiano di conseguenza meno responsabilità: nella coppia, in famiglia, nel lavoro… anche nell’amicizia! Preferiscono trascorrere ore ed ore su un social network a conversare con un video pur di evitare certi “contatti” che potrebbero diventare troppo impegnativi.
Ma l’eccesso non genera sofferenza? E malattia?!?
È giusto tentare di riempire dei “vuoti” che mai si colmeranno senza porre limiti?
Dottore… è giusto che io desideri quella cosa che mai potrò avere?
Mi sento diversa perché in certi momenti vengo pervasa dai sensi di colpa. E non dovrei! Perché io sì e gli altri no?
Perché mi fido delle persone?
Perché imbastisco forti legami che poi nel tempo si rivelano destabilizzanti?
E perché, nonostante ciò, insisto, rendo fiducia e di nuovo costruisco?
È un loop.
Dottore… penso che sia tutta colpa mia.
Amo molto Gioele, ma ho smesso di credergli: lui è così e non cambierà mai; resiste tre o quattro mesi, poi ci ricasca, anche quando promette di non farlo più.
Ed io, che sono romantica, devo purtroppo smettere di desiderare ciò che mai potrò avere: l’esclusività.
Ricercare piacere è semplicemente umano, ma Gioele cerca di riempire all’eccesso vuoti che non gli ho mai provocato, che ha dentro di sé da sempre.
Nonostante sappia bene di essere la sua donna, l’unica, non me ne faccio una ragione. Gioele non si rende conto della sofferenza che mi provoca; mentre lui, senza sensi di colpa, ricade ciclicamente in quelle trasgressioni che lo fanno sentire “vivo”.
Dottore… smettere di desiderare mi farà star meglio?

14 dicembre 2008

La felicità di Martina – Capitolo 1 © Paula Becattini


La felicità di Martina – La genesi

Tra linee e piani paralleli (Napoli, 2008)

Tanto tempo fa, nel lontano novembre 2008, iniziai a scrivere un racconto lungo e accadde quel che di solito accade quando mi approccio a una forma letteraria di ben più strutturata della poesia: lo abbandonai poco tempo dopo.
È rimasto lì, potrei dire chiuso dentro un cassetto per anni, in realtà in un misero e freddo file: una manciata di bit silenziosi e insignificanti.
Poche cartelle, che però ancora mi stuzzicano, ogni tanto fanno capolino tra i ricordi, solleticando il mio desiderio di rimettermi a scrivere.
Così ho deciso.
I numeri mi sembrano buoni: sono passati 5 anni e si avvicina il 25 dicembre.
Mi sto autocostringendo a delle ferie forzate causa problemini di salute vari. Niente di che, per carità: pezzi di me hanno deciso di abbandonarmi ed è arrivato il momento che accetti il fatto che anch’io invecchio e che necessito di qualcosa di più di una revisione ogni quattro anni, una ristrutturazione completa.
Poi è arrivato il momento di esorcizzare alcune esperienze mie di vita passata, con un pizzico di ironia. Non so se ci riuscirò, ci provo.
Quindi comprendetemi: lo stile di questa “opera” non sarà eccelso, probabilmente a tratti noioso, se non banale e patetico, in alcuni punti caotico, in altri forse ridicolo; la trama scontata, anche se la vita e le esperienze di ognuno di noi non lo sono mai.
Qualsiasi riferimento a fatti o persone reali sarà puramente casuale; alcuni luoghi o ambienti citati frutto di pura fantasia.
Sono però consapevole del fatto che ogni singola parola di questo racconto potrà essere usata contro di me. Ma sapete cosa vi dico? KSNF.
Cercherò, nel limite del possibile e festività permettendo, di pubblicare un breve capitolo ogni due giorni: se non lo faccio infamatemi pure!
Se non vi piace, non siete costretti a leggerlo.
Sono sicura che scriverlo mi sarà di aiuto perché ho tante cose in sospeso, e iniziare da questa, portandola a termine, mi darà ancor più fiducia a sistemare tutte le altre.
Si dice che una persona forte sa come mantenere in ordine la sua vita.

I primi capitoli furono pubblicati a suo tempo su Altramusa, piccolo salotto letterario virtuale oramai chiuso e il database cancellato.
Insomma… La felicità di Martina: l’ennesima Araba fenice!

13 dicembre 2013

La felicità di Martina – La genesi © Paula Becattini


Se fossi libro…

Libri su di uno scaffale

Oggi mi sento sospesa.
Eppure dentro mi scoppia un mondo, ma non ce la faccio nemmeno a prendere la penna in mano.
Così, prima di ributtarmi faticosamente nel lavoro, vi affido a questi bei versi di Francesco Paolo Ettari che mi sono stati donati ieri sera da un amico poeta.
Quando li ho letti per un attimo mi si è offuscata la mente; poi ho chiuso gli occhi, dicendomi:
“Se fossi libro… qual titolo avrei?”

C’è chi ti legge come un libro aperto,
chi ti chiude come un libro letto,
chi ti scrive come un libro bianco,
chi ha perso il segnalibro,
chi voleva leggerti ma le emozioni non erano in saldo,
chi ti ha sfogliato e riposto sullo scaffale,
chi ti ha portato a casa e messo in libreria.
Forse un giorno qualcuno ti legge sul serio,
dalla copertina all’ultima pagina,
e ti porta con sé come il dono più prezioso.
(F. P. Ettari)

25 giugno 2013

Se fossi libro… © Paula Becattini


E quando li trovi nella lista dei vini…

Quel che stupisce non è il refuso nella parola chianti: capita di frequente, quando si scrive velocemente sulla atstiera, d’invertire due letetre.
Ma questa lista è uno spasso!
E così ieri sera, nel scegliere il vino da abbinare alle pietanze ordinate, è stato veramente difficile non ridere e nascondersi mentre scattavo le foto con il cellulare.
Allora, abbiamo un Savignon, preceduto prima da un esilerante Wüller Thurgau (secondo me è tutta colpa della “ü”).
Siamo ancora in inverno, quindi un Fontana fredda ci sta…
Ma leggete bene!
Il Vermettino è da provare. Questo nome esalta l’acidità tipica: fa stringere la bocca solo a pronunciarlo.
Ce ne sono altri?
Vediamo chi li scova…

11 marzo 2012

E quando li trovi nella lista dei vini… © Paula Becattini


Io, seminomade nell’impressioni

Chi scrive, a volte, non sa il perché…
Nell’inconscio elabora “un testo che alla fine sappia più di lui, che rappresenti una fonte di sorpresa, di curiosità, che non lo deluda alla rilettura, ma che anzi riveli significati nascosti che non poteva prevedere…”
Un testo anche non degno di un Premio Pulitzer, ma che appartiene più di quanto si creda.
È quel che mi è accaduto stamani – e che non mi ha abbandonata per tutto il giorno – leggendo il breve post su Libereditor’s Blog dal titolo Invenire, trovare, scoprire, facendomi “rileggere” questa mia molto acerba… tuttavia mia, fin nel profondo

*

Di forma in forma,
di colori in suoni,
per necessità o per amore,
per natura o ispirazione,
io, seminomade
assetata e affamata,
congelo attimi
in immagini verbali
e catturo luce in fotogrammi
senza tempo,
a introspezione di un mio essere
universale,
lasciandomi trasportare
dalla brezza di sensazioni
che andrebbero
altrimenti perse.

Io, seminomade
assetata e affamata,
so attraversare deserti
che ti appartengono
e accompagnarti
in valli rigogliose
senza che mi conosca.
Assetata e affamata,
lascio mille luoghi
per poi riviverli
giorno dopo giorno,
coscente di averli dentro
come un universo imploso
e che esplode
nel momeno in cui
faccio dono di me,
del mio essere
seminomade nell’impressioni.

Ma in questo andare
mai trovo pace:
per amore
abbandono terre
al richiamo di un canto
di sangue e sudore
per poi tornare.
E scrivere,
a modo mio,
poesia…

28 dicembre 2008

*

Io, seminomade nell’impressioni © Paula Becattini

*


L’inizio

Ho sempre invidiato coloro che, con pazienza e costanza, riescono a tenere un diario…
Scrivere i propri pensieri su un foglio bianco non è semplice – ormai non conto più i tentativi fatti e poco dopo abbandonati –, ma è una tentazione troppo forte.
Ricordo i miei diari scolastici strapieni di anedotti, poesie, ritagli di giornali e fotografie: non mancava giorno in cui, a parte i compiti segnati, riportassi in parole su quelle pagine il mio stato d’animo, le mie preoccupazioni, i miei primi amori.
Dopo si cambia, si dimentica, fino a quando non senti la necessità di lasciarti andare di fronte a carta e penna o a una macchina da scrivere, un computer…
Scrivere per continuare a ricordare.
Scrivere per esistere.

20 aprile 1997

*

L’inizio © Paula Becattini