Crime in my kitchen: Intimi Racconti di Viaggio – #3
Siamo arrivati al terzo appuntamento (il secondo l’ho perduto!) di
Intimi Racconti di Viaggio: “Crime in my kitchen” proposto da Martina Uras.
Questa volta le fotografie sono di Germano Vitali.
*
“Mhmm, che bello osservare e ascoltare il lento sobbollire”.
Blob, blob…
Il rosso mi cattura, fin quando scoppia una bolla lanciando schizzi un po’ ovunque, anche sul mio candido grembiule. Sembra sangue.
Osservo meglio il contenuto nella pentola: una poltiglia indefinibile, ormai! Uhuu, un senso di nausea mi pervade. Il potere della mente! Pensi a qualcosa di rivoltante e lei si ribella.
Blob, blob…
In fondo è solo marmellata.
Sapessi almeno il perché di questa pazzia culinaria! Non amo fare le conserve, preferisco il salato al dolce, in cucina sembra sia stato commesso un crimine, insomma: si tratta di un messaggio subliminale!?!
Blob, blob…
Giuro, non lo farò mai più!
Spengo il fuoco.
Adesso ne lascio un po’ da parte per il dessert di stasera e il resto lo travaso bollente nei vasetti.
«Chiudere con le capsule, capovolgere i vasi sul piano di lavoro e girarli quando sono freddi. Attendere un paio di mesi prima di consumare» è scritto nella ricetta.
Un paio di mesi, addirittura. Come si dice? La vendetta va servita fredda? Oppure era “su di un piatto d’argento”?
Ahahah!
Sembra buona, la mia prima marmellata.
Sì, non lo farò mai più. Non ne vale la pena. Meglio trascorrere il tempo così, preparando manicaretti deliziosi, leccornie per il palato, che mente e corpo comunque ne giovano, e lasciare tutte le cattiverie fuori. Attendere il rientro del marito con pazienza e poi coccolarlo.
Non è mica una colpa essere casalinga!
Ritrovarsi senza lavoro, senza una carriera, senza colleghi che credevi amici… maledetta crisi! Vorrei ucciderti, se solo potessi!
Perdere la propria identità non è facile da sopportare, ma il momento critico è ormai passato.
*
AVVISO DI MORTE
Con il presente atto, la sottoscritta Rebecca C., nella sua qualità di medico e familiare del defunto
DICHIARA CHE
Il giorno 13 nel mese di luglio dell’anno 2011 alle ore 15,30
nella sua cucina posta in via Tal dei Tali n. 5
È DECEDUTA
Rebecca C. di anni 43.
E DICHIARA INOLTRE CHE
La salma trovasi all’indirizzo sopraindicato a disposizione del medico che sta invasando a caldo la marmellata ai frutti di bosco, da lui stesso preparata in un attimo di follia nonostante gli oltre 40° C di temperatura esterna, per festeggiare l’evento.
*
Rosso, rosso sangue, rosso fuoco, il colore della passione!
La prossima volta marmellata di carote, arance e limone: si dice che l’arancione sia il colore della concentrazione, del distacco dalle passioni terrene, legato all’energia fisica e mentale, all’attività e alla creatività.
È arrivato il momento di prendersi cura d’altro.
Pulirò il misfatto più tardi, con mooolta calma.
13 luglio 2011
*
Crime in my kitchen © Paula Becattini
È triste aver bisogno di te
Amore indifeso
Se sono venuta
a bussare alla tua porta
l’ho fatto un po’ per bisogno
un po’ per sbaglio,
ché non si comprendono certe azioni.
Come lo schioccare improvviso
di un bacio sulla guancia.
E il perpetuare di un amore
indifeso come bimbo
smarrito tra la folla.
18 marzo 2010
*
Amore indifeso © Paula Becattini
*
«È triste aver bisogno di te…»
Ormai non riusciva più a togliersi dalla testa questa frase.
Non poteva essere così, no.
Forse tanto tempo fa, forse in una vita precedente, ma non ora.
Eppure lei aveva avuto il coraggio – se così si può definirlo –, aveva avuto il coraggio di dirglielo in faccia.
E ora?
Niente. Si guardava allo specchio, cercando di scorgere qualche segno sul viso a riprova della sua negativà.
(altro…)
Medusa
Dolce antica sposa del mare,
incanta la tua danza nuziale
e i tuoi veli volteggiare.
Verso la luce lo sguardo sale.
Il passato, il presente, il futuro: ormai non hanno più senso.
Si è persa la memoria. I ricordi vengono semplicemente archiviati.
Niente ci turba. Tutto ha una regola e tutto regolarmente scorre.
La mente, quasi vuota e libera da interferenze, vive ogni momento come singolo e il domani è programmato fin dall’inizio.
Anche chi scrive è stato predisposto per farlo, in questo preciso istante e per i giorni a venire, affinché gli eletti sappiano e niente vada perso.
Primo: osservare.
Secondo: registrare.
Terzo: non interferire.
La chiamano “medusa” ed è l’ultima della sua specie.
Mentre una èquipe di scienziati ne studia alimentazione, comportamento e riproduzione, io devo recarmi tutti i giorni, in turni predisposti, alla grande vasca ovale. Il lungo corridoio che la circonda è spoglio, tranne le postazioni dei computer che sono quattro e tutte a mia disposizione.
Posso solo osservare dal perimetro.
La vasca è al coperto. Ambientazione e luci imitano in modo straordinario l’ambiente naturale di questo animale.
Guardo attraverso il vetro: non scorgo niente. È probabile che ci vorranno ore, forse giorni prima che la veda.
A intervalli regolari sono posti lungo la parete della vasca degli oblò-lenti, che permettono di vedere a distanza attraverso l’acqua e con un ingrandimento del 10x. Ogni tanto mi affaccio ad uno di questi: niente.
Attendo. Non posso fare altro.
Sono trascorsi quattro giorni e oggi, alle 6am, ho intravisto in lontananza per la prima volta la sua ombra: indefinita, scura, immobile, tranne i tentacoli.
Il contatto è durato 4 minuti.
Il Quinto comandamento
Ormai non sentiva più nemmeno il dolore.
Ma cosa aveva fatto di male?
Non sapeva, non capiva: tutto fluttuava a mezz’aria.
I primi due colpi: quelli sì, che gli avevano procurato una fitta lancinante alle gambe.
Senza comprendere e con un’atroce smorfia di dolore accompagnata da un sordo e soffocato grido, cercò di sollevarsi dal letto, ma un terzo lo colpì alla spalla destra, immobilizzandogli anche l’arto.
Ricadde all’indietro.
Lacrime improvvise gli annebbiarono la vista; tuttavia scorse le lenzuola macchiate di sangue e, nonostante il sopraggiungere della nausea, piagnucolò: “Chi sei?”.
Il quarto colpo non riuscì a capire dove lo aveva trapassato. A questo punto sentì un sapore indefinito in bocca. Uno strano e martellante ritmo iniziò a colpirgli le tempie.
Che freddo. Che freddo improvviso!
La sua piccola Rachele… cosa ci faceva lì? Con il vestitino rosso di velluto e le scarpine di vernice… gli correva incontro! I boccoli biondi sulle spalle; gli occhioni azzurri spalancati su di lui.
Rachele… lentamente, molto lentamente, si dissolse.
Apparve all’improvviso Letizia.
Gli prese tra le mani il viso – sì, lo sentiva! –, avvicinando la sua bocca alla bocca di lei: sembrava volesse rubargli il respiro.
Il respiro… Si fece più affannoso.
Cercò di scacciare via Letizia, ma ormai ella aveva iniziato a mordergli le labbra.
“Oh, amore! Perché mi fai questo?”
Uno spasmo involontario gli contrasse tutto il corpo. Vomitava sangue.
Gli occhi avrebbero voluto chiudersi: quale fine avrebbe fatto se cedeva?
“Perché? Perché? Letizia, cosa ho fatto di male?”
Cercò di trascinarsi alla sponda del letto: poche decine di centimetri che sembravano non terminare mai. Casualmente afferrò il cuscino e, sfinito, se lo portò al petto.
Mettendo un po’ a fuoco la vista, intravide un’ombra: gli stava puntando qualcosa alla fronte. Allora, istintivamente e senza fretta – ma il tempo scorreva ancora? –, si nascose il viso con il cuscino.
Il quinto arrivò.
Non fece nemmeno rumore.
Solo un ovattato boff.
Rachele. Letizia. L’amore. La vita.
Tutto fluttuava a mezz’aria.
1 marzo 2002
*
Il Quinto comandamento © Paula Becattini
Questo è uno dei miei primi racconti brevi al quale sono legata in particolar modo.
Non credo di averne “partoriti” altri così efficaci quanto questo.
Postato in un famoso sito di poesia italiana contemporanea, c’è chi lo ha dichiarato scritto abbastanza bene ma incompleto, senza una vera trama; chi l’ha catalogato come brano preso da un qualunque libro noir; chi l’ha trovato troppo cruento (ma se è noir…?).
Altri invece, soddisfatti di questo flash, mi hanno chiesto se ero già morta almeno una volta nella mia vita oppure se avevo commesso un delitto…
De gustibus non disputandum est.
Tuttavia, in pochi hanno compreso chi (o cosa) è il “vero” protagosta di questo racconto.
Eppure a me sembra così lapalissiano…






