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Josè

Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

Josè, a braccia conserte, si dondolava seduto sui talloni in mezzo alla stanza.
Il letto sotto la finestra con le sbarre era ancora intatto.
Una raggio di luce s’insinuava e lui l’osservava, sempre dondolandosi.
Fuori il buio era più nero della pece.
Pensava.
Pensava a come fare, a come uscire da quella gabbia in cui l’avevano rinchiuso. Ancora non ne capiva il perché. In fondo cosa aveva fatto di male?
Provare sentimenti è forse un male?
Amare una persona con tale intensità è forse un male?
La sua mente andò a Cristina, la sua bella Cristina.
Dicevano che Cristina non sarebbe più tornata, che le era successa una cosa terribile, inenarrabile, e che lui ne era il colpevole. Ma José sapeva che Cristina mai l’avrebbe abbandonato.
Sorrise al raggio di luce, poi con un movimento lento e calcolato piegò la testa da un lato facendosi scrocchiare il collo.
Nel mentre la riportava a posto, scorse un piccolo ragno venirgli incontro lungo la scia di luce disegnata sul pavimento.
Che bella la natura… Che grande mistero la vita, con le sue molteplici forme: José ne era affascinato.
Il ragnetto, di colore grigio-marroncino, procedeva a velocità sostenuta sulle lunghe ed esili zampette. A circa mezzo metro da José si fermò.
José si chiese cosa ci facesse lì, lontano dalla propria ragnatela; sicuramente apparteneva a una specie innocua.
Allungando il braccio destro lo prese con sicurezza tra il pollice e l’indice e lo avvicinò agli occhi per osservarlo meglio: il ragno si dimenava ogni tanto, come se sapesse che non sarebbe scappato facilmente da quella morsa.
Il corpo era davvero piccolo in confronto al resto: nella semioscurità José non riusciva a scorgere nemmeno le zanne.
Come è la vita di un ragno? si chiese.
Non potendo esaudire questa curiosità se lo mise in bocca, senza ripensamenti: troppo piccolo per assaporarlo.
Però un sottile piacere lo invase tutto nel momento in cui lo deglutì, tanto che chiuse gli occhi e il pensiero tornò a Cristina, al profumo della sua pelle, alla morbidezza dei suoi fianchi, al suo sapore.
José riprese a dondolarsi, questa volta accarezzandosi le labbra e il viso. Poi improvvisamente i suoi occhi si sgranarono, le mani strinsero nervosamente e con impeto il collo, come assalito da un’atroce paura.
Cosa ci faccio qua? Perché non mi fanno uscire?
Devo scappare!
Non ho fatto niente di male…

29 marzo 2015

Josè © Paula Becattini


Medusa

Meduse*

Dolce antica sposa del mare,
incanta la tua danza nuziale
e i tuoi veli volteggiare.
Verso la luce lo sguardo sale.

Il passato, il presente, il futuro: ormai non hanno più senso.
Si è persa la memoria. I ricordi vengono semplicemente archiviati.
Niente ci turba. Tutto ha una regola e tutto regolarmente scorre.
La mente, quasi vuota e libera da interferenze, vive ogni momento come singolo e il domani è programmato fin dall’inizio.
Anche chi scrive è stato predisposto per farlo, in questo preciso istante e per i giorni a venire, affinché gli eletti sappiano e niente vada perso.

Primo: osservare.
Secondo: registrare.
Terzo: non interferire.
La chiamano “medusa” ed è l’ultima della sua specie.
Mentre una èquipe di scienziati ne studia alimentazione, comportamento e riproduzione, io devo recarmi tutti i giorni, in turni predisposti, alla grande vasca ovale. Il lungo corridoio che la circonda è spoglio, tranne le postazioni dei computer che sono quattro e tutte a mia disposizione.
Posso solo osservare dal perimetro.
La vasca è al coperto. Ambientazione e luci imitano in modo straordinario l’ambiente naturale di questo animale.
Guardo attraverso il vetro: non scorgo niente. È probabile che ci vorranno ore, forse giorni prima che la veda.
A intervalli regolari sono posti lungo la parete della vasca degli oblò-lenti, che permettono di vedere a distanza attraverso l’acqua e con un ingrandimento del 10x. Ogni tanto mi affaccio ad uno di questi: niente.
Attendo. Non posso fare altro.

Sono trascorsi quattro giorni e oggi, alle 6am, ho intravisto in lontananza per la prima volta la sua ombra: indefinita, scura, immobile, tranne i tentacoli.
Il contatto è durato 4 minuti.

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