Fosse stato
Fosse stato un respiro rubato
a far sollevare il petto
e con il battito fermo
fosse mancato anche il sorriso,
il tremore delle mani dallo stupore
avrebbe accarezzato il tuo viso
e il profumo sollevato
con lieve movimento.
Fosse stato un bacio e niente più
per godere dell’infinito,
avrei annientato il tempo,
invece d’imprigionarlo
e imprigionarmi ancora una volta
tra le spire di un cuore
che pulsa forte alle tempie.
Ma non ho parole se non scritte
per un silenzio consolatorio
e d’amore amato ancora.
18 luglio 2011
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Fosse stato © Paula Becattini
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Un motivo senza fine
Certe notti sono bianche
come latte caldo fumante
che ti scende bruciante
e due lacrime ti prendono
trattenute tra le ciglia
senza che tu lo voglia.
Altre sono lievemente rosa
tra quegli abbracci e baci
tra le parole che a lui taci
senza comprendere ancora
se l’infinito vi appertiene
nonostante le varie pene.
E ti mancano quelle focose
ché il tempo è tiranno
e guardi il tuo inganno
riflesso in uno specchio
che muto grida il passare
di una vita tutta d’amare.
Stasera è notte solitaria
e ancora non so ma
niente va per un verso.
Del resto io sono qua
tra me e me e le mie rime
in un motivo senza fine.
25 maggio 2011
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Un motivo senza fine © Paula Becattini
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02/03/2010
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El Rìo
L’attraversi
e ti stupisce l’assenza di corrente,
come donna denudata del suo canto,
di un fluire d’anima dalla stagione incerta,
deviato lontano dalla propria essenza.
Ma tra le sponde,
che han visto luccicare i tuoi occhi,
risuonano ora infinite grida,
riempiendo nuovamente
lo scorrere inesorabile del tempo.
La nuova stirpe di València.
4 settembre 2008
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El Rìo © Paula Becattini
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Il bacio infinito
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Il tempo vide
schiudersi la rosa
e l’aroma di una fessura
tendersi con lentezza.
Vide due mani raccoglierla
avvicinandola al viso,
quei petali vellutati
inebrianti il riso.
E il tempo, fermandosi,
imprigionò il lambire,
eccitato e invidioso
regalando
un bacio infinito.
18 luglio 2008
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Il bacio infinito © Paula Becattini
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Il Quinto comandamento
Ormai non sentiva più nemmeno il dolore.
Ma cosa aveva fatto di male?
Non sapeva, non capiva: tutto fluttuava a mezz’aria.
I primi due colpi: quelli sì, che gli avevano procurato una fitta lancinante alle gambe.
Senza comprendere e con un’atroce smorfia di dolore accompagnata da un sordo e soffocato grido, cercò di sollevarsi dal letto, ma un terzo lo colpì alla spalla destra, immobilizzandogli anche l’arto.
Ricadde all’indietro.
Lacrime improvvise gli annebbiarono la vista; tuttavia scorse le lenzuola macchiate di sangue e, nonostante il sopraggiungere della nausea, piagnucolò: “Chi sei?”.
Il quarto colpo non riuscì a capire dove lo aveva trapassato. A questo punto sentì un sapore indefinito in bocca. Uno strano e martellante ritmo iniziò a colpirgli le tempie.
Che freddo. Che freddo improvviso!
La sua piccola Rachele… cosa ci faceva lì? Con il vestitino rosso di velluto e le scarpine di vernice… gli correva incontro! I boccoli biondi sulle spalle; gli occhioni azzurri spalancati su di lui.
Rachele… lentamente, molto lentamente, si dissolse.
Apparve all’improvviso Letizia.
Gli prese tra le mani il viso – sì, lo sentiva! –, avvicinando la sua bocca alla bocca di lei: sembrava volesse rubargli il respiro.
Il respiro… Si fece più affannoso.
Cercò di scacciare via Letizia, ma ormai ella aveva iniziato a mordergli le labbra.
“Oh, amore! Perché mi fai questo?”
Uno spasmo involontario gli contrasse tutto il corpo. Vomitava sangue.
Gli occhi avrebbero voluto chiudersi: quale fine avrebbe fatto se cedeva?
“Perché? Perché? Letizia, cosa ho fatto di male?”
Cercò di trascinarsi alla sponda del letto: poche decine di centimetri che sembravano non terminare mai. Casualmente afferrò il cuscino e, sfinito, se lo portò al petto.
Mettendo un po’ a fuoco la vista, intravide un’ombra: gli stava puntando qualcosa alla fronte. Allora, istintivamente e senza fretta – ma il tempo scorreva ancora? –, si nascose il viso con il cuscino.
Il quinto arrivò.
Non fece nemmeno rumore.
Solo un ovattato boff.
Rachele. Letizia. L’amore. La vita.
Tutto fluttuava a mezz’aria.
1 marzo 2002
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Il Quinto comandamento © Paula Becattini
Questo è uno dei miei primi racconti brevi al quale sono legata in particolar modo.
Non credo di averne “partoriti” altri così efficaci quanto questo.
Postato in un famoso sito di poesia italiana contemporanea, c’è chi lo ha dichiarato scritto abbastanza bene ma incompleto, senza una vera trama; chi l’ha catalogato come brano preso da un qualunque libro noir; chi l’ha trovato troppo cruento (ma se è noir…?).
Altri invece, soddisfatti di questo flash, mi hanno chiesto se ero già morta almeno una volta nella mia vita oppure se avevo commesso un delitto…
De gustibus non disputandum est.
Tuttavia, in pochi hanno compreso chi (o cosa) è il “vero” protagosta di questo racconto.
Eppure a me sembra così lapalissiano…
Un senso
Dovrò pur dare un senso a tutto questo.
Al tempo che lento e veloce
mi trapassa da parte a parte
lasciandomi senza dimensione.
A questo corpo che si lascia vagare
negli spazi delle stanze
quasi a riempirne indefinite assenze.
Dovrò pur dare un senso al silenzio
al torcersi dei pensieri racchiusi
al pianto senza voce.
Ma che senso è il dolore
ignorato e trascinato
da un cavallo in corsa
tra la polvere di stelle
che fu dei primi giorni?
Senza senso il mio contraddirmi
osservandone la scia alle spalle.
Ma vivo
e dovrò pur darmi un senso
ora che, senza me, hai ritrovato il tuo.
4 aprile 2011
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Un senso © Paula Becattini
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