Diario

La felicità di Martina – Capitolo 4

Quando il senso della vita ha il calore della famiglia.

Capitolo IV

«Tra poco è Natale!
Non vedo l’ora di aprire i regali!
Stasera festeggeremo con il cenone, poi andremo a messa.
Mamma dice che dobbiamo essere più buoni, perché solo così si avvereranno i desideri: lo spirito di Natale ce li porta dopo mezzanotte. Ma non tutti! Alcuni li serba per darceli dopo, per esempio quando compiamo gli anni.
Caro Babbo Natale, ti prometto che farò la brava.
Vorrei che mamma fosse sempre felice. E che papà trovi presto un lavoro nuovo.»

* * *

8/8/8, sì.
È sempre stato un ottimo equilibrio: 8 ore di lavoro o studio, 8 ore di riposo, 8 ore di svago.
Questo il ritmo.
Questo il ritmo fino a quando ha conosciuto Martina.
Poi la fine. La fine di un’epoca gloriosa. La fine della mia epoca!
Un’organizzazione perfetta: diplomato a 18 anni, laureato a 23 con un anno di vantaggio, specializzato a 26 dopo aver conseguito il servizio di leva, affermato professionalmente a 28.
A 30 acquisto i vecchi studi “Perseus”: li ristrutturo, li amplio, li organizzo e inserisco nuovi specialisti. In sei mesi vado in attivo diventando un punto di riferimento in Toscana nel settore medico.
Oh! Quanto ho lavorato bene in quegli anni. E quanto mi sono divertito!
8/8/8: 8 ore di lavoro o studio, 8 ore di riposo, 8 ore di svago e… sesso!

* * *

Ecco, l’amore è importante.
Anche il sesso è importante.
Si può amare senza sesso?
Forse… Sì.
Si può fare sesso senza amore?
Non lo so, in tanti si pongono questa domanda.
Personalmente non ci riesco: ho bisogno di un grande coinvolgimento emotivo per poter fare del “grande” sesso!
Ci ho provato in passato, certo.
Quando? Poco dopo la separazione dal mio ex marito: sembravo una ventenne in pieno rimescolamento ormonale ma con l’esperienza di una trentenne! Sono arrivata ad avere anche quattro amanti contemporaneamente: un lavoro, sa. Un impegno costante, una fatica…
Nonostante la bambina piccola, riuscivo a organizzarmi senza farle mancare niente e lavoravo proficuamente 6/8 ore al giorno.
È durata poco.
Mi sentivo vuota.
Mi mancava il calore di una famiglia.
Poi ho conosciuto Gioele.
Ah, due mesi di corteggiamento reciproco bellissimi! Due mesi dolcissimi, ma anche intriganti, erotici, finché non abbiamo fatto l’amore.
La prima volta è stato di una passionalità quasi animalesca. La seconda volta un’incontrollabile tempesta di desiderio. La terza… via via un crescendo in complicità e intesa.
Insomma, facevamo l’amore ogni giorno. Ovunque, comunque, appena possibile!
Se non l’avessi amato come lo amo così intensamente ancora oggi, non avrei mai potuto: ho sempre desiderato Gioele per amore.
Il fatto è che Gioele non può stare per più di tre giorni senza rapporti sessuali e questo è un problema, grande!
Perché?!?
Perché si chiude in se stesso, mi evita, mentre si apre con le altre. Incomincia a corteggiarle…
Non so se lo fa volontariamente.
Non ho idea fin dove si spinge.
Questo suo comportamento è iniziato circa sei mesi dopo il nostro incontro. Così, nel tempo, giorno dopo giorno, mesi dopo mesi, sono arrivata a farmi logorare dalla gelosia.
Eppure mi ama. Lo sento! Lo dimostra, davvero! Soprattutto quando tra noi tutto scorre serenamente.
Non è la prima volta che gliene parlo, vero?
Lei mi ha sempre detto che di un uomo si amano anche i difetti… e che Gioele è il più debole nella coppia… e che ha sempre avuto un rapporto conflittuale con le donne, forse a causa della sua infanzia… e che è orgoglioso… e che…
Dottore, per due settimane non potrò avere rapporti sessuali. Come faccio a dirlo a Gioele? Come reagirà? E soprattutto: lui resisterà? Capirà?
Dovrei darmi pace?
Dottore… Cosa devo fare?
Essere io quella comprensiva?!?
Perché, vede, sono sei anni che “spero”.
Ho quarant’anni ormai…
Dottore, smettere di desiderare mi farà star meglio?

24 dicembre 2008

La felicità di Martina – Capitolo 4 © Paula Becattini


La felicità di Martina – Capitolo 3

Quando il senso d’infinito assume fattezze di femmina.

Capitolo III

In casa trovarono un grande silenzio: all’una di notte tutto taceva e si percepiva l’assenza di altre anime.
L’allegria alcolica li avvolgeva entrambi.
Si diressero decisi in salotto e lei, senza nemmeno togliersi il cappotto, proseguì verso lo stereo. Sinuosamente si allungò ai cd esposti e ne scelse uno: Secret love di Sting.
Poco dopo risuonarono, dolcemente diffuse nella stanza, le note di Inside.
I suoi occhi brillavano nella penombra.
Gioele si tolse il giaccone e, col sorriso sulle labbra, si sedette sul divano in attesa che accadesse qualcosa.
E quel qualcosa accadde, mano a mano che la musica cresceva. Si accese un ritmo leggero.
Due fianchi iniziarono a ondeggiare con la padronanza di una ballerina orientale.
Le mani disegnavano arabeschi virtuosi in trasparenza nell’aria.
Il ritmo aumentava. Anche il battito di Gioele. Avrebbe voluto toccarla, ma lei ogni volta che si avvicinava sfuggiva con mossa di gatta.
Martina si accarezzò lungo i fianchi sollevando leggermente il cappotto. Ad uno ad uno sganciò i bottoni, aprendosi come un fiore e richiudendosi poi stretta intorno la vita, che sembrava ora sottilissima: Gioele rivide finalmente la generosa scollatura.
Sempre ballando, si girò inarcando la schiena e flesse verso di lui il sensuale fondoschiena.
Gioele attendeva… attendeva che sollevasse tutto, ma si faceva desiderare.
I tacchi a spillo sorreggevano due lunghe gambe snelle e morbide.
La riga della calza disegnava perfettamente la salita al piacere che Gioele si pregustava. Il ritmo cresceva. Un solo gesto: si ritrovò improvvisamente un perizoma di pizzo nero sul viso dal profumo inconfondibile, quello del sesso.
Gioele credeva di scoppiare; dovette slacciarsi la cintura e aprire i pantaloni. Lei sembrava una sirena irraggiungibile. Il suo canto lo stava facendo impazzire e la sua danza morire di desiderio.
Finalmente Martina mostrò le autoreggenti: una sottile striscia di carne candida tra l’elastico e la gonna sollevata innescarono una tempesta di ormoni ora impazziti.
Il ritmo stava raggiungendo il culmine. Tutto ondeggiava freneticamente.
All’improvviso se la ritrovò seduta su di lui con i seni scoperti sul viso.
Lei lo afferrò al collo baciandolo in bocca avidamente: miele, sapeva di miele!
Si accorse che il ritmo adesso era all’unisono con quello di lei.
Che spettacolo: i capezzoli turgidi, il sesso bruciante come il fuoco.
Quando quella meravigliosa creatura cominciò a miagolare e mugolare di piacere, Gioele dovette lasciarsi andare: la supplicò di non smettere.
E così, in un groviglio di battiti di corpi, sul finire di Inside raggiunsero insieme l’apice.
I respiri, ancora ansimanti, ruppero il silenzio dello stacco prima che incominciasse il brano seguente, Send your love.
Le due bocche ancora si sfioravano.
Gioele, deglutendo e senza fiato, trovò il coraggio di dirle:

– Promettimi che tra vent’anni, quando ne avrai sessanta, ballerai ancora così… per me. Ti amo, Martina.

* * *

Sì, non c’è altro da aggiungere.
Eh, già…
No, tutto ok.
Davvero! Tutto ok.
È solo che…
Cavolo, Martina a volte sa essere così…
trasgressiva!
Mi spiazza: che devo fare? Che devo dire?
Insomma! Gioele ci prova con molte altre! Mai che concluda!
Arriva al punto che lo desiderano e lui: sbam! Gli chiude la porta in faccia!
Mai una carezza!
Mai un bacio!
Niente!
Tante parole, tante risate, tanti sguardi maliziosi e sbam!!!
Non lo capisco, io che sono il suo alter ego non lo capisco.
È un bel cinquantenne, intelligente, pieno di cultura, dal passato glorioso, una forza della natura, ed ora si riduce così: monogamo!
Devo essere più presente, più costante, il suo pensiero fisso.
Devo approfittarne quando Martina è debole.

* * *

– Signora, dato il suo stato le consiglio di non avere rapporti con suo marito per un paio di settimane. Non è niente di grave: solo precauzione.

– Ma due settimane?

– Sì. Faccia la cura che le ho prescritto e vedrà che tutto si rimetterà a posto. Non è niente di grave, mi creda.

– Grazie. Tra una settimana le farò sapere come procede.

– Certo. Venga pure in ambulatorio senza appuntamento: Marzia la farà passare tra un paziente e l’altro.

– Grazie ancora, grazie (e ora? come faccio a dirlo a Gioele?)

18 dicembre 2008

La felicità di Martina – Capitolo 3 © Paula Becattini


La felicità di Martina – Capitolo 2

Perché è sempre una questione di “alchimia”.

Capitolo II

«La mamma quando è felice ride e sembra una fata!
A volte però è triste, l’ho vista piangere.
Non è colpa mia, no. Anche quando mi sgrida… vuol dire che è nervosa, perché Gioele la fa arrabbiare.
Mamma e Gioele dicono di essere marito e moglie, ma ancora non lo sono.
Spero che un giorno si sposino, così io mi vestirò da piccola dama per dare gli anelli alla mamma e a Gioele, come ha fatto tanto tempo fa la mia cuginetta Ginevra.
Prego sempre Gesù che accada. Mamma vuole tanto bene a Gioele.
Così forse arriverà anche un fratellino! Uno vero!
Lo chiederò a Babbo Natale. Evviva!»

* * *

– Dottor Irace, ci spieghi meglio cosa accade quando c’innamoriamo

– Ci droghiamo.

– In che senso, dottor Irace?

– Entra in azione la feniletilamina (PEA), costantemente prodotta dal nostro organismo, che in elevate concentrazioni induce gli stessi effetti delle amfetamine. Causa il rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore molto noto, la cui attività è strettamente legata ad una rete di neuroni che genera sensazioni piacevoli in seguito a comportamenti che soddisfano stimoli come la fame, la sete, il desiderio sessuale.

– Quindi?

– Quindi, secondo la teoria dell’apprendimento, nel sistema nervoso rimane impresso il ricordo di un’esperienza positiva. E nel caso dell’innamoramento è l’associazione tra “incontro” e “piacere” che spinge a ripetere lo stimolo che l’ha determinata, cioè entrare nuovamente in contatto con la persona che ha generato l’iniziale rilascio di feniletilamina.

– Interessante, dottor Irace

– Ma non è tutto! Pensi che in seguito a tutto ciò si aggiunge una generale agitazione determinata dalla noradrenalina, molecola diffusa soprattutto nell’ippotalmo e nel sistema limbico. Come neurotrasmettitore provoca eccitazione, euforia ed entusiasmo; riduce l’appetito (mangiare sottrae tempo per stare con la persona amata); infine promuove la contrazione delle vene degli organi sessuali. Come ormone regola la produzione di adrenalina e nell’esperienza amorosa ne induce il rilascio con conseguente aumento del battito cardiaco, della respirazione e della pressione sanguigna, da cui ha origine il rossore del viso.

– Insomma, il corpo genera un cocktail chimico che ci mantiene innamorati?

– Esattamente, è una questione chimica.

– Dottor Irace, quanto dura questa fase?

– Purtroppo niente dura in eterno. Gli studi limitano il periodo di innamoramento a 18 mesi fino a un massimo di quattro anni. Questo perché il nostro cervello si assuefà, come ad una droga, all’effetto delle “molecole dell’amore”. A questo punto questa fase si trasforma in quella che gli antropologi definiscono di “attaccamento”. A livello del sistema nervoso, si assiste alla produzione di endorfine, una classe di molecole simili per struttura alla morfina, che hanno effetto calmante, rilassante. La componente emotiva dell’innamoramento è legata anche a un altro ormone, l’ossitocina. Viene anche chiamato “ormone dell’amore” in quanto promuove il comportamento materno. Questo ruolo agisce anche nell’ambito della coppia rafforzando l’attaccamento emotivo e potenziando meccanismi della memoria che fissano ricordi emotivi.

– Dottore, ma tutto ciò non è molto romantico

– Non siamo nati per essere felici, ma per riprodurci… l’attrazione sessuale, l’amore romantico e l’attaccamento a lungo termine possono esistere contemporaneamente anche in modo indipendente l’uno dall’altro. Si può avere un forte attaccamento verso una persona e provare amore romantico nei confronti di un’altra, ed essere attratti sessualmente verso una terza. Questi tre sistemi cerebrali sono stati sviluppati da noi esseri umani nel corso dell’evoluzione esclusivamente per consentire la riproduzione. Ma le assicuro che ognuno di noi s’innamora almeno tre o quattro volte, se non di più, nella propria vita.

– È molto interessante ascoltarla, ma purtroppo il nostro tempo a disposizione sta per scadere. Che argomento ci proporrà la prossima settimana, dottor Irace?

– Parlerò delle differenze tra maschi e femmine, di geni, di monogamia e adulterio

– Avremo sicuramente l’intervento di qualche ascoltatore!

– Speriamo.

– Dottore, una domanda indiscreta: lei è sposato?

– Sì. Da cinque anni.

– È ancora innamorato?

– Le domande adesso sono diventate due! Sì, certo. Amo mia moglie come il primo giorno, anzi, di più! È una donna fantastica, capace di attivarmi tutti e tre i tipi di sistemi cerebrali. Colgo l’occasione per salutarla.

– Bene! Salutiamo il dottor Gioele Irace, neurologo e psicoterapeuta, dandogli appuntamento alla prossima settimana: stessa ora, stessa frequenza d’onda. Grazie

* * *

Ahi, ahi, ahi! Caro Gioele
La tua è sacrosanta verità: sei ancora innamorato di Martina, ma
Ma ora che è finita la trasmissione radiofonica la deliziosa giornalista “miss boccoli d’oro” ti sorriderà con sguardo malizioso e tu ne approfitterai, non è vero?
Lo sai quanto ti piace il brivido della “cattura”: come ai vecchi tempi!
È come praticare la pesca a mosca: abboccano sempre se gli proponi un’ottima esca e ben costruita.
Una forma d’arte che va oltre la semplice cattura di un pesce da esibire agli amici.
Una pesca “ecologica”, praticata nel rispetto dell’ambiente e dei suoi abitanti.
Unica regola: rilasciare sempre il
pesce che si cattura, qualunque sia la taglia, soprattutto se il suo prelievo reca danno significativo all’ecosistema.
E dai! Lo sai Ti piace ammaliare. Ti piace corteggiare. Ti piace essere corteggiato!
Nessuno verrà a saperlo: la cosa finirà presto, tra qualche settimana, quando non dovrai più partecipare a questo stupido programma.
Su, proponiti ringraziala invitala!

* * *

– Signorina, è stato un piacere l’intervista. Se può dedicarmi dieci minuti del suo tempo, le offrirei volentieri un caffè, così le sviluppo l’argomento della prossima settimana.

– È molto carino da parte sua, dottor “Irace”.

– Mi chiami pure Gioele. Il mio è un bel cognome, molto antico, significa “rapace”, ma preferisco essere chiamato per nom mi scusi! Il cellulare. Amore!

– Sì, ero molto emozionato

– Hai ascoltato tutto, sì non devi ringraziarmi

– Una sorpresa?

– Andiamo a festeggiare?

– Ora? Sì, scendo stavo raccogliendo le mie cose Ti amo.

– Arrivo. Ciao, ciao. Mi scusi, mia moglie Purtroppo devo andare: Martina mi ha fatto una bella sorpresa! Vuole festeggiare la mia prima filodiffusione con un aperitivo. Allora, arrivederci alla prossima settimana.

* * *

Cavolo!
Che sfiga, Gioele!
Ma non può sempre andare in questo modo!
Hai il suo numero di cellulare, vero?
Te lo aveva lasciato tempo fa per poterle comunicare la tua disponibilità nel giorno di trasmissione, vero?
Vero, Gioele?!?
Cavolo, Martina è sempre così è sempre così premurosa. È sempre così presente!
È sempre così
innamorata!!!

* * *

Dottore… smettere di desiderare mi farà star meglio?

15 dicembre 2008

La felicità di Martina – Capitolo 2 © Paula Becattini


La felicità di Martina – Capitolo 1

Dedicato a coloro che, nonostante tutto, credono ancora nell’amore e nella coppia.

Capitolo I

Alle 7 meno 20 di ogni mattina suonava la sveglia di Martina.
Martina la spengeva e, immancabilmente, dopo nove minuti questa risuonava.
Allora, bofonchiando, la staccava definitivamente e poi con tutto il corpo cercava il calore del marito.
Lui, tirandola a sé, l’abbracciava regalandole un tenero bacio.
Martina a questo punto mugolava: «Dobbiamo alzarci: sono le sette…»
Completamente nuda, scivolava fuori dal letto e si dirigeva in bagno. Ogni mattina.
Ogni mattina Martina si lavava, si vestiva, tornava in camera e solleticava il marito ancora a letto, sussurrandogli: «Sono le sette e un quarto…» Poi si dirigeva verso la cameretta della sua bambina. Ogni mattina.
Se non era già sveglia, la stropicciava affettuosamente canticchiandole in un orecchio: «Bonjour, bonjour… mon amour!». Se la trovava immersa nella lettura, la scuoteva ridendo: «Forza! È ora di alzarsi!»
Ogni mattina, Martina andava in cucina e sistemava le poche cose rimaste in sospeso dalla sera prima; apparecchiava la tavola, preparava la colazione e la merenda alla piccola. Qualche volta predisponeva anche la lavatrice da avviare poco prima di uscire.
Alle 7 e 30 Martina poteva godersi finalmente il caffè con la famiglia, raccontando con vivacità ciò che le passava per la testa, già in pieno fermento. Quando il marito si alzava da tavola per andare al lavoro, Martina incominciava a sparecchiare, esortando la bimba a lavarsi i denti e pettinarsi.
Martina raccoglieva le cose necessarie, dava un occhio alla cartella della piccola; il marito l’abbracciava, la baciava e le ricordava: «Vado. Pensami…» Con un giro di tacco usciva, chiudendo la porta. Ogni mattina.
Qualche volta Martina restava lì alcuni secondi ad osservare quella porta, come incantata. Finché scuotendosi gridava: «Sono le 8 meno 10: andiamo!»
Frettolosamente rassettava le ultime cose in cucina e poi tornava in bagno a finire il trucco. Ogni mattina.
Ogni mattina, Martina si metteva il cappotto, controllava le luci, prendeva le chiavi, sorrideva alla sua bambina e usciva con lei in macchina per accompagnarla a scuola. Ogni mattina.
Ogni mattina, Martina, alle 8 e 20, sola con se stessa, s’immetteva in autostrada per andare al lavoro e poco dopo incominciava a vagare con la mente: organizzava, progettava, creava, ascoltando musica in quell’ora di viaggio… ogni mattina.

* * *

Non è vero.
Eh no, non è vero!
Mica tutte le mattine…
Il sabato e la domenica no.
Non si può dire che sia una vita monotona, la sua.
In fondo il resto della giornata lo passa al lavoro… e tutti ben sanno quanto sia creativo il lavoro di Martina!
Ops… perdonatemi: non mi sono presentato.
Mi chiamo… ma che importa come mi chiamo!
Non vi pare che sia una presenza vivace, “diversa”?
Sì, diversa… Diversa dalla voce narrante precedente: noiosa.
In realtà sono l’alter ego di Gioele, o la sua coscienza “sporca”.
Chi è Gioele? Il marito di Martina, ovvio.
E Martina è… Martina è “la” donna.
Non una donna qualsiasi.
È “la” donna per la quale si cambia vita.
Se voglio.

* * *

Ho scoperto di avere troppi sensi di colpa.
Sì, troppi sensi di colpa rispetto agli altri.
Inizio a sentirmi diversa.
Il fatto è che oggi giorno un comportamento esagerato non è più “peccato”.
Sembra che tutti quanti si siano liberati dal senso di colpa e che abbiano di conseguenza meno responsabilità: nella coppia, in famiglia, nel lavoro… anche nell’amicizia! Preferiscono trascorrere ore ed ore su un social network a conversare con un video pur di evitare certi “contatti” che potrebbero diventare troppo impegnativi.
Ma l’eccesso non genera sofferenza? E malattia?!?
È giusto tentare di riempire dei “vuoti” che mai si colmeranno senza porre limiti?
Dottore… è giusto che io desideri quella cosa che mai potrò avere?
Mi sento diversa perché in certi momenti vengo pervasa dai sensi di colpa. E non dovrei! Perché io sì e gli altri no?
Perché mi fido delle persone?
Perché imbastisco forti legami che poi nel tempo si rivelano destabilizzanti?
E perché, nonostante ciò, insisto, rendo fiducia e di nuovo costruisco?
È un loop.
Dottore… penso che sia tutta colpa mia.
Amo molto Gioele, ma ho smesso di credergli: lui è così e non cambierà mai; resiste tre o quattro mesi, poi ci ricasca, anche quando promette di non farlo più.
Ed io, che sono romantica, devo purtroppo smettere di desiderare ciò che mai potrò avere: l’esclusività.
Ricercare piacere è semplicemente umano, ma Gioele cerca di riempire all’eccesso vuoti che non gli ho mai provocato, che ha dentro di sé da sempre.
Nonostante sappia bene di essere la sua donna, l’unica, non me ne faccio una ragione. Gioele non si rende conto della sofferenza che mi provoca; mentre lui, senza sensi di colpa, ricade ciclicamente in quelle trasgressioni che lo fanno sentire “vivo”.
Dottore… smettere di desiderare mi farà star meglio?

14 dicembre 2008

La felicità di Martina – Capitolo 1 © Paula Becattini


La felicità di Martina – La genesi

Tra linee e piani paralleli (Napoli, 2008)

Tanto tempo fa, nel lontano novembre 2008, iniziai a scrivere un racconto lungo e accadde quel che di solito accade quando mi approccio a una forma letteraria di ben più strutturata della poesia: lo abbandonai poco tempo dopo.
È rimasto lì, potrei dire chiuso dentro un cassetto per anni, in realtà in un misero e freddo file: una manciata di bit silenziosi e insignificanti.
Poche cartelle, che però ancora mi stuzzicano, ogni tanto fanno capolino tra i ricordi, solleticando il mio desiderio di rimettermi a scrivere.
Così ho deciso.
I numeri mi sembrano buoni: sono passati 5 anni e si avvicina il 25 dicembre.
Mi sto autocostringendo a delle ferie forzate causa problemini di salute vari. Niente di che, per carità: pezzi di me hanno deciso di abbandonarmi ed è arrivato il momento che accetti il fatto che anch’io invecchio e che necessito di qualcosa di più di una revisione ogni quattro anni, una ristrutturazione completa.
Poi è arrivato il momento di esorcizzare alcune esperienze mie di vita passata, con un pizzico di ironia. Non so se ci riuscirò, ci provo.
Quindi comprendetemi: lo stile di questa “opera” non sarà eccelso, probabilmente a tratti noioso, se non banale e patetico, in alcuni punti caotico, in altri forse ridicolo; la trama scontata, anche se la vita e le esperienze di ognuno di noi non lo sono mai.
Qualsiasi riferimento a fatti o persone reali sarà puramente casuale; alcuni luoghi o ambienti citati frutto di pura fantasia.
Sono però consapevole del fatto che ogni singola parola di questo racconto potrà essere usata contro di me. Ma sapete cosa vi dico? KSNF.
Cercherò, nel limite del possibile e festività permettendo, di pubblicare un breve capitolo ogni due giorni: se non lo faccio infamatemi pure!
Se non vi piace, non siete costretti a leggerlo.
Sono sicura che scriverlo mi sarà di aiuto perché ho tante cose in sospeso, e iniziare da questa, portandola a termine, mi darà ancor più fiducia a sistemare tutte le altre.
Si dice che una persona forte sa come mantenere in ordine la sua vita.

I primi capitoli furono pubblicati a suo tempo su Altramusa, piccolo salotto letterario virtuale oramai chiuso e il database cancellato.
Insomma… La felicità di Martina: l’ennesima Araba fenice!

13 dicembre 2013

La felicità di Martina – La genesi © Paula Becattini


Quel che decisamente non ti aspetti

Stupore.
Commozione.
Gioia.

Una mia poesia – Di spezie e sale – è stata recitata domenica 15 settembre scorso durante la V edizione 2013 de “La domenica ai Concordi. Musica e Poesia”, una iniziativa promossa e realizzata dalla Fondazione Banca del Monte di Rovigo, il Conservatorio F. Venezze e l’Accademia dei Concordi.
Non ero a conoscenza della cosa, l’ho scoperto per puro caso pochi minuti fa.
Ringrazio davvero di cuore coloro che mi hanno scelta e menzionata: un vero onore… Grazie!

Ecco il link del catalogo dell’evento.

18 novembre 2013

Quel che decisamente non ti aspetti © Paula Becattini


Fuori dal coro

Fuori dal coro

Oggi? Una giornata un po’ così…
Eppure nel pomeriggio la mente è stata piena di parole, frasi, concetti, di quelli che premono forte per uscire fuori.
Niente: sono rimasta in uno stato di stitichezza espressiva fino a questo momento, giusto per dire poco o niente; perché poi, alla fin fine, non ho nessuno con cui parlare a parte mia figlia. Ma oggi è sabato e, da brava adolescente, se ne è stata rintanata in camera sua. Se lo merita.
Adesso attendo che la crosta della torta salata s’indori in forno per poi finalmente cenare, soddisfatta del mio piatto unico a basso costo (5 euro in totale), certa che sarà servito anche domani sera come “antipasto”.
Non è semplice: stamani ho fatto la spesa e con 35 euro di cibarie dovrò andare avanti per almeno 5 giorni.
Una cosa mi rode, però: il fatto che alla radio ho sentito decantare l’ultimo romanzo di Stefania Bertola – Ragazze mancine –, il quale racconta di Adele, una ragazza di trentadue anni che non ha mai lavorato un giorno in vita sua, ma una mattina si sveglia e scopre che il suo mondo non esiste più.
Così le tocca fare i lavori più disperati per sovravvivere, vestire sua figlia con abiti usati e comprare cibi di pessima qualità ai discount per risparmiare.
Beh, io non sono molto diversa da lei: a parte il fatto che mi sono sempre guadagnata da vivere, facendomi un mazzo così ma con soddisfazione; che mai ho desiderato farmi mantenere; e che nessun uomo mi ha lasciata in mutande con una figlia piccola da accudire – semmai sono io che ho fatto scelte sbagliate, e prima o poi qualcuno ti presenta il conto… salato –.
Però un giorno mi sono svegliata e il mio mondo non c’era più.
Niente più sicurezze, niente più spensieratezza; e la gioventù che non torna, insieme alla possibilità di avere un altro figlio; via la possibilità di costruire un futuro sereno dove ritrovarsi in vecchiaia.
Che ne sa Stefania Bertola di come vivo?
Il suo romanzo… anche se divertente, coinvolgente, intelligente, non lo leggerò. Per lo meno non in questo momento storico.
Mi basta e avanza “viverlo”.
Poi il suo finale sarà sicuramente eclatante.
Il mio? Ci sto lavorando sodo.
E per il momento me ne resto fuori dal coro.

P.S. La torta salata era ottima (sì, perché nel frattempo abbiamo anche cenato): pasta sfoglia, erbette miste saltate prima in padella con il burro, prosciutto crudo dolce tagliato a dadini, panna, uova, parmigiano reggiano grattugiato, sale e un pizzico di noce moscata. Tutto rigorosamente acquistato al discount (tranne il fondo di crudo).

9 novembre 2013

Fuori dal coro © Paula Becattini


Confessione #3

Due confessioni rilasciate in un lasso di tempo breve sono una rarità.
Lo confesso…

9 novembre 2013

Confessione #3 © Paula Becattini


Confessione #2

Abilità

Riesco ancora a sopportare l’idea di mettermi in gioco con un uomo.
Ma non permetto assolutamente che mi consideri un gioco.

8 novembre 2013

Confessione #2 © Paula Becattini


Confessione #1

Il mare di Pescara

Essere una donna tenace, estrosa e accattivante
in realtà ti pone nella condizione di essere
terribilmente e semplicemente sola.

3 novembre 2013

Confessione #1 © Paula Becattini


Lavori in corso

Per un tempo indefinito questo blog verrà abbandonato a se stesso.
Lavori in corso.
Tutte le energie verranno convogliate e utilizzate a ristabilire certi equilibri, a lottare per la sopravvivenza, con la speranza che al più presto le attuali paure vengano spazzate via: quelle paure che uccidono lentamente, giorno dopo giorno, come la depressione, come la povertà.
Non si vive di sola poesia… forse se un giorno, chissà, tornerò a fare della mia vita una meravigliosa poesia.

Quasi sempre dietro la collina è il sole…

A chi capita in questa landa desolata, e sente comunque la necessità di lasciare un segno, sarà ringraziato perché contribuirà a quella inspiegabile necessità di non sentirsi soli.
Mai mi sono sentita sola e indifesa come in questo periodo. E come tale ho bisogno di capire quale nuova strada imboccare, senza buttarmi ad occhi chiusi giù nel baratro.
Ce la farò.
Saluto calorosamente i miei pochi (ma buoni) fedeli lettori, scusandomi del silenzio che seguirà.
A presto.

9 settembre 2013

Lavori in corso © Paula Becattini


Mestieri

C’è stato un tempo in cui sono stata bambina.
E come tutte le bambine credevo alle favole.
Viaggiavo con la fantasia in mondi che nessuno conosceva.
E le mie dita accarezzavano questi mondi, dalle molteplici sfaccettature, dalle molteplici illustrazioni.
L’odore della carta penetrava le mie narici.
Il colore dell’inchiostro bucava le mie pupille.
Il tatto godeva delle increspature della tela che ricopriva i cartonati, e della superficie liscia delle copertine di quelli economici.
Ognuno diverso dall’altro, non solo per il contenuto.
Affascinata dall’oggetto, estasiata dal frusciare delle pagine; e i segni, le lettere, i numeri che li componevano.
Tutt’oggi, anche se non li leggo, sono per me uno scrigno magico.
Ancora adesso mi sorprendo, come bimba, sfogliarli e percepirne l’anima al solo contatto.

Quel che sono l’ho voluto intensamente.

Tu non lo sai: ma il prossimo libro che terrai tra le mani da me probabilmente è stato forgiato.
Chissà se ne percepirai la passione…

7 settembre 2013

Mestieri © Paula Becattini


Il “Pipi”

Giovane pipistrello

«Ha paura a prenderlo in mano? Le fa effetto?»

Queste le domande dell’esperta di zona del Gruppo Italiano Ricerca Chirotteri alla mia telefonata.

Il “Pipi” (come lo ha battezzato mia figlia) me lo sono ritrovato quasi in casa.
Lì per lì l’avevo scambiato per una tarantola: pelosa!
Ma poi…

A dire il vero il fatto si è trasformato in un incontro tenero.
L’ho imboccato, con una siringa senza ago, di acqua e omogeneizzato di manzo.
Ha dormito all’interno di una scatola da scarpe tra carta assorbente e un tovagliolo di cotone – a testa in giù –, nel silenzio più assoluto, in camera mia.
E la sera, al crepuscolo, l’ho liberato nella speranza che prendesse il volo.

Ha preso il volo…

Mia figlia ha pianto perché il suo “Pipi” se ne è andato.
Da tempo piango anch’io.

A buon intenditor poche parole…

Tenete presente ciò: un “pipi” a terra ha bisogno di aiuto.
Non abbiate paura!

6 settembre 2013

Il “Pipi” © Paula Becattini

Giovane pipistrello


Lui non paga te, tu non paghi me… io non vado in vacanza

Banconote da 50 euro

Eppure è così… mia figlia ed io dobbiamo rinunciare all’unica vacanza di una settimana, da tempo agognata e programmata, che avrebbe unito due piccole passioni (oltre che due piccole donne): il mare e il tennistavolo.
Ma sono stata colpita dal cancro degli italiani per l’ennesima volta.
La cosa più straziante – per me, madre – è quella di doverlo dire, a dieci giorni di partenza, alla propria amorevole ragazzina dagli occhi verdi a cerbiatta.
Oltre alla vacanza se ne vanno anche la tranquillità e la possibilità di pagare piccoli debiti accumulati, la bolletta del telefono, la tassa sulla nettezza: tutto ciò per poter mangiare.
Sta subentrando la paura, il terrore di non potercela fare ad andare avanti.
Tutto è così incerto, così difficile e sono veramente stanca.
Stanca di lavorare 12/14 ore al giorno senza intravedere miglioramenti e la possibilità di un sostentamento decente.
Stanca di studiare, di darmi da fare per migliorare, per trovare nuove vie d’uscita, nuove soluzioni.
Il cancro degli italiani si sta diffondendo a macchia d’olio.
Ed io sto morendo lentamente…
Buone vacanze.

31 luglio 2013

Lui non paga te, tu non paghi me… io non vado in vacanza © Paula Becattini


Se fossi libro…

Libri su di uno scaffale

Oggi mi sento sospesa.
Eppure dentro mi scoppia un mondo, ma non ce la faccio nemmeno a prendere la penna in mano.
Così, prima di ributtarmi faticosamente nel lavoro, vi affido a questi bei versi di Francesco Paolo Ettari che mi sono stati donati ieri sera da un amico poeta.
Quando li ho letti per un attimo mi si è offuscata la mente; poi ho chiuso gli occhi, dicendomi:
“Se fossi libro… qual titolo avrei?”

C’è chi ti legge come un libro aperto,
chi ti chiude come un libro letto,
chi ti scrive come un libro bianco,
chi ha perso il segnalibro,
chi voleva leggerti ma le emozioni non erano in saldo,
chi ti ha sfogliato e riposto sullo scaffale,
chi ti ha portato a casa e messo in libreria.
Forse un giorno qualcuno ti legge sul serio,
dalla copertina all’ultima pagina,
e ti porta con sé come il dono più prezioso.
(F. P. Ettari)

25 giugno 2013

Se fossi libro… © Paula Becattini


Domani

Beating the odds

Domani sarà un giorno come tutti gli altri.
E come tutti gli altri ricorrerà una volta all’anno.
Domani sarà un altro giorno nel quale farsi forza, perché ogni giorno diventa sempre più difficile.
E non ci saranno scusanti.
Ma domani ho deciso di farmi un grande regalo, nonostante sia provata psicologicamente e fisicamente.
Ho deciso che domani ci sarà il sole: dentro e fuori.
E addio tristezza; addio preoccupazioni professionali, addio preoccupazioni finanziarie; addio ascesso con relativa febbre; addio solitudine; addio a tutto quel che è male.
Domani con una spugna cancello tutto.
Poi… poi tengo il gessetto in tasca, pronta a riscrivere una vita: se non mi piace cancello e ricomincio.
Domani sarà un giorno come tutti gli altri, ma con il sorriso sulle labbra.
Me lo ha insegnato mia figlia.
E con lei vorrei dare il meglio di me stessa ai play-off del Campionato Femminile serie C di tennistavolo.
Perché la vita è una sfida.

Beating the odds…

1 giugno 2013

Domani © Paula Becattini


Tante storie in una storia

Lapis usato

Stamattina ho letto un interessante post di Luca Rota, “Il metodo Kilgore Trout, o come scrivere una sola storia scrivendone nel contempo tante…“.
Lì per lì non ci ho capito molto: forse perchè ancora mezza insonnolita (ma non troppo); forse perché un po’ appesantita dalla cena della sera prima (dopo gli allenamenti di tennistavolo ho una fame da scaricatore di porto e, inoltre, un bicchiere di vino non me lo nego).
Poi l’ho riletto attentamente.
Sono ore e ore che rimugino. Cosa?
Che da anni cerco il mio Kilgore Trout!!!

“Ogni scrittore dovrebbe inventare un metodo, un Kilgore Trout, che gli consenta di dare in qualche modo forma letteraria ai capolavori che non riesce a scrivere. Potrebbe essere un toccasana.”

Mi rendo conto di avere dei forti limiti in fatto di scrittura.
Una mia poesia è immediatezza allo stato puro, ispirazione ed emozioni fusi e subito gettati fuori dall’interno, riversati su di un foglio.
Quasi sempre riesco a soddisfare questa mia impellente esigenza di “espulsione” e di “concretizzazione in versi”.
Quando non mi è possibile farlo subito, cerco faticosamente di trattenere tutto dentro fino al possibile momento del parto: a volte ci riesco, a volte no.
Questo per quanto riguarda la poesia, ma per tutto il resto?
Ho una mente sempre attiva, nonostante il mio volere, ed è certo un bene.
La fantasia non mi abbandona (per fortuna!), altrimenti sarei poco creativa anche nel lavoro e non sarebbe conveniente.
Le idee non mancano, i progetti pure, anche editoriali; durante il giorno, in quel che per molti è noiosa quotidianità, anche i piccoli fatti riescono ad accendermi, producendo spunti per aforismi, racconti, romanzi…
Dovrei viaggiare con un taccuino in tasca (ce l’ho: regalo graditissimo e gelosamente custodito) e un lapis (anche questi non mi mancano: ne posseggo di tutti i tipi), perché ho riscoperto da poco il piacere graffiante della grafite sulla carta.
Annotare tutto, con quella stessa immediatezza che uso per la poesia; intrappolare le idee tra le pagine.
Facile a dirsi. E poi?
E poi mi incaglio in quello scoglio che da sempre m’impedisce di mettere in pratica e portare a termine l’opera: la mancanza di organizzazione!
Sì, perché nel lavoro, in casa, nello sport, riesco a organizzarmi e direi discretamente; ma quando si tratta di scrivere un breve o lungo romanzo mi trasformo: divento un’inetta, traccheggio, inizio e poi mollo.
C’è sicuramente una tecnica, una scuola, un metodo da seguire…
Però quanto mi farebbe comodo un Kilgore Trout tutto per me!!!
Tempo fa ho cercato pure un “compagno di penna”: in due credo ci si diverta di più e la mente si “espande”.
Un amico con il quale condividere la passione della scrittura e poter realizzare così insieme un “best seller”.
Cercavo un lui per compensare il mio lato femminile ben distinto e presente.
Ma anche in questo frangente – come nell’amore – se non c’è feeling tutto svanisce, come una bolla di sapone.
In solitario compongo le mie poesie, restando comunque un animalino da compagnia.
In fondo la vita è una storia fatta di tante storie: che sia un alter ego oppure no, incontrerò prima o poi il mio Kilgore Trout.
O no?

1 maggio 2013

Tante storia in una storia © Paula Becattini


Rosso passione

Moto in fila specchiate sul retro di un fanale

Oggi pomeriggio – un giorno di pseudo primavera, con un cielo azzurro ma non limpido e un sole caldo ma non bruciante – mentre mi immetto sulla Strada Provinciale 6 Lucchese-Romana, di ritorno da Altopascio verso casa, mi supera lentamente a destra una Yamaha Sport.
Nell’incrociarmi il centuaro alla guida getta un’occhiata verso di me.
“Che ho fatto?” penso. Niente: ero ferma allo stop.
Me lo ritrovo davanti, perché lui rallenta, anche se c’è tempo e strada prima di arrivare al semaforo. E noto: scala le marce progressivamente, con calcolo.
Cosicché lo supero e al rosso mi affianca.
Non mi guarda. Sono io che nell’attesa studio la moto e mi dico: appollaiata là dietro ci saprei stare.
Improvvisamente incrocio due occhi.
Non ricordo il colore, solo le rughe accentuate dal casco integrale che serra le tempie.
Avrà più di me, mi dico…
Fatto sta, passo ad osservare anche i guanti, il giubbotto: tutto in rosso come la moto.
Si accende il verde e riparto. Lui tranquillo.
In via San Jacopo mi supera, ma non scatta.
E vai! Che aspetti?!?
In quel momento avrei voluto pigiare io il suo accelleratore; allora premo il mio e tiro un poco la Opel Corsa gpl, che tutto ha tranne l’essere sportiva.
Vado.
Che bella giornata… da invogliare a togliermi di dosso il cappotto, uscire dalla macchina, prendere un casco e salire sopra quella benedetta moto nonostante la gonna stretta. Dare una pacca al fianco di quel principe rosso e gridargli “Mangiati la strada!”, non prima di essermi spalmata sulla sua schiena con le mani appoggiate al serbatoio.
Invece no.
Osservo la moto dallo specchietto retrovisore: sembra che mi segua.
Arrivo in prossimità del casello autostradale e faccio una finta: solo poco prima di girare metto la freccia a sinistra e il motociclista prosegue dritto.
Stupore! Con il braccio fa “Cavolo”, rallenta ulteriormente e si gira per guardarmi.
Allora io, quasi ferma nella corsia d’immissione, spontaneamente lo saluto con la mano agitandola e lui contraccambia.
Eh, non potevo fargli il saluto con il piede…
Mi piace tuttora pensare che ha intravisto in me una probabile “zavorra”.

Quanto mi manca andare in motocicletta e il senso di libertà che dona!

16 marzo 2013

Rosso passione © Paula Becattini


Perché Dio non ha fatto le porte senza chiavi?

La mia racchetta da tennitavolo

«Perché Dio non ha fatto le porte senza chiavi?»
– Per darci il libero arbitrio di chiuderle oppure no, penso… non lo so. –
«Ma possiamo chiuderle anche senza chiavi; e alla stessa maniera possiamo decidere di aprirle, non trovi? Non è libero arbitrio anche questo?»
– Sì, penso di sì. Ma perché mi chiedi ciò? Sono forse la persona meno adatta: non credo più in Dio. –
«Tu sei ancora una donna di fede.»
– Sono una donna infedele, vorrai dire. Ho tradito il mio Dio e chi mi voleva bene. –
«Sei stata tradita: è ben diverso.»
– Come vuoi. Fatto sta che non credo più in Dio, tanto meno negli uomini. E l’amore è un’utopia: mi sono stancata di lottare contro i mulini a vento. La croce non fa per me, nonostante ne abbia ancora di pesanti da portare. –
«Non ti sei rassegnata.»
– Eh? Ahahah! Ma che stai dicendo? Vaneggi… –
E un sorriso le si abbozzò sul viso, subito dopo oscurato come da un’ombra. Gli occhi diventarono improvvisamente tristi.
«Non ti sei rassegnata…» le sussurrò, sollevandogli il capo che nel frattempo si era reclinato da un lato, come in attesa di un bacio dolce sul collo. «Ci credi ancora all’amore, altrimenti non si spiega il perché ne dai a piene mani e senza chiedere niente in cambio, tu che hai bisogno di essere amata più di ogni altra persona su questa terra.»
– Non ho bisogno di niente… – disse tra i denti, scostando bruscamente il mento. – Ci prepariamo? –
«Abbiamo tempo ancora. E poi non mi hai risposto sinceramente.»
– A cosa? Alla domanda su Dio e le sue porte con le chiavi? –
«Già…»
– Ma tu cosa credi siamo venute a fare qua? Una catechesi oppure a salvare il salvabile? –
«Chissà! Forse entrambe le cose.»
– Ok… Ok! Ok! Dio non ha fatto le porte senza chiavi perché sapeva che l’uomo le avrebbe comunque inventate! E chiamale chiavi, chiavistelli o lucchetti, sempre la stessa cosa sono! Una chiusura, un limite, che separa lo spazio degli uomini da quello di Dio. Invece, l’unica porta senza chiave è Gesù Cristo: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me sarà salvato”. Dio non ha fatto le porte senza chiavi, perché di porta, ovvero “la Porta” senza chiave, ce n’è una sola! Comprendi? E poi noi, esseri umani che crediamo sempre di avere accesso a tutto, siamo i primi a porre limiti. –
«E tu?»
– E io? –
«Quanti limiti ti sei posta? Quanti chiavistelli ci sono alla tua porta?»
– Sono sempre io. –
«Oh, no: non puoi dirmi questo. Ti sei murata dentro.»
– Sono sempre io: nessun muro, nessuna porta chiusa a chiave. –
«Dal di fuori sembra così, ma chi ti “sente” comprende che ti sei chiusa dentro. Esisterà pure una chiave per penetrarti!»
– Ascoltami: andiamo? Tra poco dobbiamo dare il meglio di noi stesse e non mi stai aiutando affatto. Ci conosciamo ormai da tre anni; non sono giovane come te: ho bisogno di concentrazione e calma interiore. –
«Sì, ci conosciamo da tre anni e tu ancora non hai capito niente! Cavolo! Dove è la chiave per riaprire il tuo cuore ed entrarvi? Eh?!? Dove è?»
– Non c’è: me l’hanno rubata e mai più riconsegnata. Mi dispiace. Ora possiamo andare? Ho bisogno di sfogarmi. –
«Va bene. Però, prima, volevo dirti una cosa.»
– Zitta! Per favore, non aggiungere altro… Lo so cosa vuoi dirmi, lo so. Lo so da molto tempo. –
«E allora?»
– Allora andiamo. Vinciamo! E poi sfesteggiamo. –
«Tu sei la cosa più bella che mi sia capitata nella vita: non voglio perderti.»
– Anche tu sei una bella persona. Ho avuto tribolazioni varie. Il dolore è passato. Forse ora è giunto il momento di perdonarmi; tornare ad avere come tetto della mia casa il cielo; e la penna e la racchetta come estensioni non del braccio ma della mia anima. Riaprire porte e finestre per far entrare la luce e far fuoriuscire le emozioni, come scambio naturale di acque tra due mari. E poter dire “Ti amo” con il cuore, non con la ragione. Tornare a sognare… –
«Tornare a sognare…» ripetè piano la compagna di squadra. «Sogniamo e lavoriamo per questa vittoria: me lo hai insegnato tu che smettere di lottare è da vigliacche.»
Le porse la custodia con la racchetta.
Nel prenderla carezzevolmente vi sentì tutta l’audacia che a suo tempo vi aveva affidato.
Decise che oggi avrebbe aperto lei in partita prima degli avversari.
E ricambiò il gesto con un ampio sorriso.

1 marzo 2013

Perché Dio non ha fatto le porte senza chiavi? © Paula Becattini


Inquieto riposo

Si avvicinò al letto e, come tutte le sere, si spogliò lentamente, scivolando poi nuda tra le lenzuola.
E prima di chiedersi se fosse stato meglio addormentarsi sulle pagine di un libro o tra i pensieri di un sogno preconfezionato, guardò la luce dell’abat-jour brillare lieve in tutti i suoi 15W, tremula come quella di una candela.
Poi, osservando il soffitto, allungò un braccio fuori come ad afferrare l’inafferrabile: di colore chiaro, quasi abbagliante più dell’illuminazione nella stanza, e nervoso come non mai; di chili ne aveva persi fin troppi, ma adesso poteva ritenersi un figurino.
Il profumo… quale profumo aveva il suo corpo? La sua pelle?
Eppure ricordava che, chi l’abbracciava in notti come queste, tanto tempo fa, in un orecchio le sussurrava: «Sai di buono».
Sapeva di buono.
Dentro e fuori, sapeva di buono.
Chi l’assaggiava non dimenticava, anche se poi la solitudine le faceva da padrona.
E così si raccoglieva tra le lenzuola, con un cuscino lungo il fianco, come a delimitare uno spazio comunque occupato idealmente; cercando di non pensare o, al contrario, di fissare nella memoria l’odore che sapeva di tenerezza.
Quella tenerezza di un abbraccio, di una spalla, di un respiro sulla guancia.
Non c’erano notti diverse, a parte quelle in cui si amava al buio, in frenetica ricerca di un sollievo e dell’esser donna passionale come una volta.
Ma quella sera spense la luce. E girandosi su di un fianco sospirò: «Mi manca».
Nel sonno poi un mezzo sorriso le disegnava la bocca carnosa, come bimba appena nata.
Anche se solo l’indomani sarebbe rinata…

22 febbraio 2013

Inquieto riposo © Paula Becattini


Menzione d’onore

Schermata del blog

Raramente, per non dire mai, partecipo a concorsi letterari.
Forse a causa di questa mia solita insicurezza: perché mi sento una goccia in mezzo al mare; perché mi sottovaluto; perché credo non sia solamente una giuria a declamare la bravura, la sensibilità, il pathos e la reale capacità di raggiungere un lettore di un poeta o di uno scrittore.
Fatto sta che ogni tanto qualche amico, con tutte le sue forze, mi spinge a farlo; e devo dire con soddisfazione – più sua che mia –, che un buon risultato lo ottengo sempre.
Io gioisco sommessamente, come mio solito, con modestia, tenendomi dentro la bellezza dell’emozione che sicuramente uscirà fuori – prorompentemente, come l’eruzione di un vulcano – il giorno della premiazione.
Che le poesie parlano per me quando mi mancano le parole…
Il cielo poggiato sulle iridi ha ricevuto una menzione d’onore, arrivando 6ª parimerito su 221 poesie pervenute alla sezione B, a tema “Solitudine”, della Prima edizione concorso letterario nazionale Memorial Miriam Sermoneta

.
E venerdì 12 Aprile 2013 non mancherò alla premiazione che si terrà alle ore 17.00 presso la Sala del Carroccio nel Palazzo Senatorio in Campidoglio, Roma.
Grazie. Grazie davvero.

Locandina Memorial Miriam SermonetaPrima edizione concorso letterario nazionale
Memorial Miriam Sermoneta



Egr. Sig./Gent.ma Sig.ra, la ringraziamo per la partecipazione al nostro premio letterario.
Le comunichiamo che la giuria del Premio, presieduta dal poeta Giovanni Gentile e composta dalla Poetessa Gloria Venturini, dalla poetessa Patrizia Portoghese, dal Poeta Pasquale Ermio, dalla scrittrice Anna Maria Funari, dalla Poetessa Annarita Mastrangelo e dalla poetessa nonché amica intima di Miriam Sermoneta Maria Rita Bellini, dopo una attenta valutazione di tutte le opere pervenute, il giorno 17 Febbraio 2013 ha stabilito così l’elenco dei vincitori. […]

Sezione B poesia a tema “Solitudine”

1° Classificato “Giunti al tramonto” Anna laura Cittadino Rende (CS)
2° Classificato “Lungo l’argine” Aldo Ronchin Ormelle (TV)
3° Classificato “Oltre la tela” Giuseppe Gambini Garbagnate (MI)

Rosa dei segnalati con menzione d’onore
Scrivo il vento, Nunzio Buono (Rovello Porro – CO) – D’immensa solitudine, Anna Maria Milazzo (Roma) – Sotto un cielo capovolto, Anna Laura Cittadino (Rende – CS) – Indizi di te, Veruska Vertuani (Aprilia LT) – Un’illusione acuta, Santi Cardella (Palermo) – Rarefazione, Giuseppe Guidolin (Vicenza) – Amore amato, Piero Saguatti (Bologna) – Il cielo poggiato sulle iridi, Paula Becattini (Reggello – FI). […]

20 febbraio 2013

Menzione d’onore © Paula Becattini


E ricomincio con uno stufato!

IV Palio dello Stufato, edizione 2013 (San Giovanni Valdarno, Arezzo)

Prima o poi dovevo decidermi a superare lo scoglio!
Allora, perché no?
Questo mi sembra l’anno decisivo: o la va o la spacca, in tutti i sensi e in tutte le direzioni.
Così mi sono buttata a capofitto, ricominciando con uno stufato.
O meglio: ricominciando a fare servizio come sommelier e precisamente alla IV edizione del Palio dello Stufato organizzato dall’Amministrazione Comunale di San Giovanni Valdarno – tenutosi oggi presso i saloni della Basilica di Santa Maria delle Grazie –; concorso che in questa edizione ha premiato “La migliore realizzazione dello Stufato alla Sangiovannese nella gastronomia familiare”.
Ma non è tutto: domani inizierò il terzo livello del corso di Sommelier AIS presso la Delegazione di Arezzo.
Vediamo di “chiudere questo cerchio” e di abbattere certe insicurezze.
E soprattutto vediamo di studiare, eh!
Auguratemi in bocca al lupo…

17 febbraio 2013

E ricomincio con uno stufato © Paula Becattini

Un curiosità
Lo stufato alla Sangiovannese si prepara tradizionalmente nel periodo di carnevale a San Giovanni Valdarno in provincia di Arezzo.
Le spezie sono la peculiarità di questa preparazione, infatti la miscela si può acquistare solo in una drogheria del paese che custodisce il segreto della ricetta da moltissimi anni.
Qui di seguito vi propongo la ricetta descritta in poesia.
(altro…)


Vallo a dire a Facebook

Abbasso Facebook

Chi con fin troppa facilità ti offre l’amicizia, può con la stessa togliertela?
Vallo a dire a Facebook…
Non che abbia raggiunto numeri astronomici in conoscenze/amicizie, ma come ne arrivano ogni tanto ne sparisce qualcuna. Me ne accorgo e mi chiedo: «Perché? Che ho fatto di male? Ho scritto qualcosa che non dovevo? Pubblico troppe o troppo poche poesie? Ho chiesto amicizia a sconosciuti, senza accorgersene me l’hanno accordata e di conseguenza poi tolta? Sono antipatica?».
Insomma per un po’ mi fascio la testa, qualche minuto, poi mi passa. Fortunatamente.
In fondo di amicizie ne ho richieste ben poche, tutte le altre mi sono arrivate: tanti colleghi di penna e di scatto sparsi per l’Italia e per il mondo, pongisti e grafici…
Lo smacco arriva quando a togliertela l’amicizia è un amico vero.
Non mi sono fatta troppe domande, ma un po’ ci sono rimasta male, perché sicura di non avergli fatto un torto; anzi, quando dico o prometto una cosa quella è.
Sinceramente non me lo meritavo.
Ho sempre sperato che se l’amore non è per sempre lo fosse almeno l’amicizia.
Mi devo ricredere.
Vallo a dire a Facebook: se prima non lo sopportavo, adesso lo odio!
Almeno una notifica per mail me la poteva inviare, no?

6 febbraio 2013

Vallo a dire a Facebook © Paula Becattini


Speriamo sia femmina, mi dissi

Grinta

Speriamo sia femmina, mi dissi…
Almeno in questo qualcuno, lassù, mi ha ascoltata.
Forse non diventerà un campionessa, ma la grinta non gli manca ed è una gran cosa.
Domenica prossima saremo impegnate in ben due giornate di campionato C femminile.
Io ci credo in questa coppia: nonostante orfane di sostenitori vari, ce la faremo.
Come sempre… ce la faremo!
Questa volta gli scatti non sono opera mia, ma comunque di un Becattini: grazie Gabriele!
E un grazie anche a Otto, ideatore e organizzatore del Dla2&Friends, che domenica scorsa mi ha premiata con la medaglia “Premio partecipazione” per la mia poesia – Agonismo (sano) – dedicata a questo meraviglioso sport.

5 febbraio 2013

Speriamo sia femmina, mi dissi © Paula Becattini

(altro…)